Gemere

gè-me-re (io gèmo)

Significato Lamentarsi con voce sommessa; emettere un suono lamentoso o cigolante; per estensione, stillare, trasudare goccia a goccia

Etimologia voce dotta recuperata dal latino gemere ‘lamentarsi; scricchiolare, stridere’, di origine indoeuropea; forse affine al greco gémō ‘essere colmo, carico’.

Geme il ferito, d'accordo. Ma geme anche il pavimento del soppalco sotto il nostro passo pesante, geme la nave nella tempesta, geme la tortora sul ramo, e — meno ovvio — geme il muro umido, da cui trapela acqua a goccia a goccia. Una parola sola per il lamento, lo scricchiolio e lo stillare: che cosa tiene insieme cose tanto diverse?

La risposta sta in un'immagine antica. Alla radice di gemere — un verbo latino di lontana ascendenza indoeuropea — pare esserci l'idea di qualcosa di troppo pieno: un recipiente caricato oltre misura, che sotto lo sforzo comincia a scricchiolare. Da quello scricchiolio di cosa sovraccarica nascerebbe il lamento: gemere, prima ancora che soffrire, è cedere sotto un peso. Lo suggerisce la parentela con un verbo greco che significa proprio 'essere colmo, carico'.

Da lì il verbo dirama un'ordinata chioma di accezioni. C'è il gemere della voce — il lamento sommesso del ferito, il sospiro di chi soffre in silenzio. C'è il gemere delle cose messe sotto sforzo — le assi del palco, la fune legata a una bitta, le ruote di un carro, che stridono come patissero. C'è il gemere monotono e ampio del mare nella notte, o il verso lamentoso del colombo. E c'è, infine, il gemere che non fa quasi più rumore ma... sgocciola: il muro che trasuda, la botte che perde, la ferita che stilla goccia a goccia.

Ed è su questo crinale che la parola mostra una speciale finezza di pensiero: lo stillare e il lamentarsi, a guardarli bene, sono affratellati. Un recipiente troppo carico lascia lacrimar fuori il suo contenuto, una goccia per volta; un cuore troppo carico può lasciare uscire il suo dolore allo stesso modo — senza grida, strepiti. Il pianto, del resto, appare proprio così: un gemere degli occhi. Geme chi o ciò che non riesce più a contenere.

È un campo doppio, da spartirsi coi sinonimi. Sul versante del suono, il lagnarsi predica il nostro fastidio percettivo, mentre un tono querulo lo fa stridere con insistenza; il piagnucolare ci ricama sopra una monotonia infantile, il sospirare libera l'aria e non la pena. Il gemere coglie la dolorosa profondità dell'atto in maniera riguardosa. Sul versante del liquido, lo stillare stringe l'inquadratura sulla singola goccia, il trasudare sulla superficie che si inumidisce, il grondare sull'acqua che cade in abbondanza, il trapelare sull'impercettibilità. Il gemere nota un sintomo, adombrando una causa; da notare che esiste anche il verbo gemicare, derivato di gemere, che mostra un gemere-stillare particolarmente minuto.

Così posso parlare del ferito che geme nella notte; della vecchia scala che geme ogni volta che qualcuno sale o scende; delle fessure delle pietre della cantina da cui geme umidità a ogni temporale; e finalmente la casa editrice fa gemere i torchi, mandando in stampa il libro.

Un altro caso in cui una parola ci fa scoprire la prossimità impensata fra fili diversi del mondo — il modo in cui un pieno fino all'orlo si traduca in goccia e voce.

Parola pubblicata il 26 Giugno 2026