Guaglione
gua-glió-ne
Significato Varietà linguistica: napoletano — Ragazzo, garzone
Etimologia etimo incerto, probabilmente da francese antico guagnor, in origine ‘lavoratore a giornata’.
Parola pubblicata il 26 Gennaio 2026
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.

La canzone napoletana, uno dei grandi patrimoni culturali dialettali di tutta l’Italia e del mondo, ha reso alcune parole delle sue ‘parole bandiera’, come quella di oggi, familiari a tutti i parlanti italiani. L’etimologia di guaglione è stata oggetto di dottissimi studi, perché non è nient’affatto chiara. In forme diverse (vagnone, vajone, guagnone, vaglione, ecc.) è diffusa in gran parte dei dialetti meridionali, e, nella forma napoletana, si può dire che sia entrata anche nell’italiano, quanto meno regionale: infatti il vocabolario Treccani, ad esempio, la riporta.
Una prima ipotesi è che derivi da un’onomatopea gua… gua… a imitazione del pianto dei bambini: è cosa ben nota che l’onomatopea è spesso l’ultima spiaggia per i linguisti a corto di ipotesi etimologiche migliori. Certo, in alcuni casi la spiegazione onomatopeica è convincente, ma di solito con analisi e ricerche più approfondite, difficilissime in alcuni casi in assenza di testimonianze scritte e di corrispondenze con altre lingue, vengono fuori spiegazioni più valide. Per guaglione è stato proposto il latino ganeone(m) (che però non spiega perché si ha gua- / va- anziché l’atteso ga-) ‘frequentatore di bettole e case di tolleranza’; o, da Franco Fanciullo raffinato dialettologo e linguista pugliese, è stata ipotizzata una derivazione da guagnor, parola del francese antico legata in qualche modo a ‘guadagnare’ che indicava il ‘lavoratore a giornata’, e quindi il ‘garzone’, e poi genericamente il ‘ragazzo’. La parola sarebbe passata nei dialetti meridionali al tempo della dominazione angioina, cioè francese, del sud Italia. Gli Angioini tennero la parte continentale del Mezzogiorno italiano per circa due secoli, da metà ‘200 a metà ‘400 e vi lasciarono diverse parole che sono ancora vitali nei dialetti, tra cui forse la nostra di oggi.
La spiegazione di Fanciullo è più convincente perché moltissimi nomi per indicare il ‘ragazzo’ e la ‘ragazza’ (ne sono stati contati oltre 2000 tipi nelle lingue romanze) hanno origine metaforica: e una strategia metaforica frequente è quella di utilizzare funzioni sociali e mestieri tipici dei giovani inesperti. Esattamente lo stesso meccanismo ch’è alla base del francese garçon (in origine ‘servo’, ‘fattorino’, che è del resto il significato che ha mantenuto quando è passato in italiano nella forma garzone) e anche l’italiano ragazzo è dall’arabo raqqaz che in origine significava ‘fattorino’, ‘galoppino’. Un’altra metafora frequente è quella che che si serve di caratteristiche fisiche tipiche della giovane età: il veneto ‘toso’ e il siciliano ‘caruso’ significano in origine ‘tosato, rasato’.
Ma torniamo al nostro guaglione: in Voce ‘e Notte abbiamo «scetateve guagliune ‘e malavita» ‘svegliatevi ragazzi di strada’ dove si osserva il particolare modo (napoletano qui, ma diffusissimo nei dialetti italiani, da nord a sud) di formare il plurale alterando la vocale interna: guagliune è il plurale di guaglione. Per il fatto che le vocali finali, tramite le quali l’italiano distingue singolare da plurale, o sono cadute (al nord) o si sono ridotte a una vocale finale indistinta (al sud) una strategia efficiente, che sto drasticamente semplificando, è quella di trasferire questa distinzione all’interno della parola. È un fenomeno chiamato metafonia, è intricatissimo ed è una delle tante delizie dell’esame di linguistica generale.
Poi, in una bella canzone di Mannarino, cantautore di gran livello, abbiamo Scétate, vajó ‘Svégliati, ragazza’, dove si vede un altro tratto tipico dei dialetti meridionali, passato anche all’italiano regionale del Sud fino a Roma, dov’è vivacissimo: il cosiddetto troncamento allocutivo. Quando ci si rivolge a una persona, sia con il nome proprio sia con un nome comune, in funzione appunto vocativa, si tronca la parola dall’ultima vocale accentata in avanti. Per restare ai cantautori, la bellissima A Pà (che si potrebbe tradurre in italiano con qualcosa come ‘O Paolo!’) di Francesco De Gregori si rivolge a Pier Paolo Pasolini negli ultimi momenti della sua vita.