Piede
piè-de
Significato La parte estrema degli arti inferiori
Etimologia dal latino pēs, genitivo pedis ‘piede’.
Parola pubblicata il 24 Gennaio 2026
Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò
Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.
Piede. Un sostantivo decisamente pedestre. Eppure, dietro a questa parola si cela un mondo.
L’italiano piede deriva dall’accusativo latino pede(m). Il dittongo -iè- (un dittongo è una sequenza di vocali che costituisce un’unica sillaba) è l’esito diretto di un fenomeno denominato “dittongazione romanza”: nella maggior parte delle lingue romanze, le vocali brevi e accentate e ed o del latino sono diventate dittonghi, quando si trovavano in sillaba aperta (cioè davanti a una consonante a sua volta seguita da una vocale). Esempi di questo fenomeno sono, dal latino focu(m) ‘focolare’ (sillaba aperta fo-), l’italiano fuoco, lo spagnolo fuego e il francese feu, o, appunto, dal latino pede(m) (sillaba aperta pe-), l’italiano piede, lo spagnolo pie e il francese pied.
E prima del latino?
Be’, il nome del ‘piede’ è una di quelle parole del lessico di base che più o meno tutti noi locutori di lingue indoeuropee, dall’India all’Islanda, ci portiamo dietro da quando parlavamo tutti la protolingua. Tutti e dieci i rami principali dell’indoeuropeo attestano infatti i riflessi di un sostantivo che possiamo solidamente ricostruire come *pod-/ped- (un nome radicale, cioè un nome che attacca le desinenze direttamente alla radice, senza interporre suffissi): limitandoci a un esempio per ramo, abbiamo ittito pāt-/pat(a)-, tocario B paiyye, sanscrito pā́t (genitivo padáḥ), greco πούς (genitivo ποδός, pronunciati pús, podós), armeno otn, latino pēs (genitivo pedis), protogermanico *fōt- (per esempio antico inglese fōt, da cui oggi foot), lituano pėdà, tutti col significato di ‘piede’; accanto a questi, anche gli avverbi/preposizioni antico irlandese ís e albanese përposh, poshtë ‘in basso, sotto’ continuano il nome radicale, precisamente il suo locativo plurale *pēd-su ‘ai piedi’ (il locativo è il caso che esprime il complemento di stato in luogo e di tempo determinato, per esempio latino domī ‘a casa’, vesperī ‘di sera’).
La stragrande maggioranza di queste forme presuppone una vocale o, quindi il tema pod-, ma troviamo anche varie tracce — o impronte, sarà il caso di dire — del tema ped-, segnatamente proprio in latino pēs, pedis.
Perché queste differenze vocaliche?
I nomi radicali come *pod-/ped- mostrano un fenomeno fondamentale della grammatica del protoindoeuropeo: l’apofonia.
Nella mente del parlante protoindoeuropeo, la vocale centrale della radice (la V di CVC, la struttura minima della radice vista in ‘Sapiente’) faceva parte della flessione di nomi e verbi, proprio come i suffissi e le desinenze. Quindi, a seconda della persona del verbo o del caso del nome, la vocale radicale poteva manifestarsi in tre modi:
Di fatto, molte alternanze apofoniche si lasciano ricostruire solo indirettamente, perché nelle lingue storiche troviamo che uno dei gradi apofonici si è imposto in tutta la flessione. Così, a parte il sanscrito pād-/pad-, fedele continuante di *pod-/ped-, quasi tutti i suoi fratelli hanno generalizzato il grado forte, come il greco ποδ- (pod-), mentre il latino ha generalizzato il grado normale, ped-. Ed è per questo che tutt’oggi in italiano possiamo ricondurre a ‘piede’ sia parole come pedone e pedestre, di trafila latina, sia parole come podologo e podista, cultismi su base greca.