> L'evoluzione delle parole

I cambiamenti linguistici in atto — Interferenza (4/4)

Una miniserie di quattro articoli sulle trasformazioni che sta vivendo la nostra lingua e sulle tensioni di fondo che le determinano.

È innegabile che negli ultimi vent’anni l’influenza dell’inglese, lingua di comunicazione globale, si sia accentuata sull’italiano come su tutte le altre lingue. Anche studiosi che in passato avevano un atteggiamento rassicurante si dichiarano, da qualche tempo, preoccupati per lo “tsunami” (termine usato nel 2016 da De Mauro) di prestiti non adattati che ha inondato la nostra lingua. Non è certo il caso, qui, di fare la lista degli anglicismi che affollano vieppiù la lingua italiana scritta e orale, da deadline a green, da speech a food, da report a mission e via sgranando il rosario di quelli che i linguisti chiamano “prestiti di lusso” (cioè superflui). Cercheremo invece di individuare interferenze meno macroscopiche e perciò più subdole, spesso inavvertite dai parlanti perché non si tratta di prestiti lessicali ma di calchi che agiscono a livello morfosintattico.

Leggendo frasi come «Ali al-Nimr è stato arrestato all'età di 17 anni nel febbraio 2012, quando era uno studente» (repubblica.it, 24 settembre 2015) o «Ricordo persino la casa dove ho letto il romanzo quando ero un bambino» (ilfattoquotidiano.it, 5 ottobre 2018), per esempio, ad uno sguardo sbrigativo potrebbe sfuggire che in italiano normalmente si dice “quando ero bambino/studente”, senza articolo, per cui è chiaro che siamo davanti ad un calco dall’inglese, dove la forma regolare è “when I was a child/student”, con l’articolo davanti al nome del predicato.

Osserviamo ora queste frasi: «Cosa, dunque è necessario affinché un essere umano sia ritenuto moralmente responsabile per le sue azioni?» (ilsole24ore.com, 18 gennaio 2015); «Gli UVB (…) hanno più probabilità di causare scottature e si pensa che siano responsabili per alcuni tipi di tumori della pelle», e aggiungiamo il fatto che nel 2018 il Ministro per (!) la Pubblica Amministrazione ha sollecitato tutte le amministrazioni pubbliche a individuare al loro interno un “Responsabile per la Trasparenza Digitale”. In italiano, che il nome “responsabile” abbia il significato di “tenuto a rendere conto” (come nel primo esempio), “colpevole di qualcosa” (come nel secondo), o “incaricato di una determinata funzione” (come nel terzo), regge sempre la preposizione di, non per. Naturalmente, non sarà un caso che in inglese, invece, si dica “responsible for something”.

Grazie per i fior

Un analogo problema di reggenza con la preposizione “per” si ha nel caso di un costrutto che si sente e si legge, da qualche tempo, sempre più spesso: “grazie per insegnarci cose tanto interessanti”, “grazie per darmi la possibilità di intervenire”, “grazie per non fumare”. Negli ultimi vent’anni, diversi linguisti sono intervenuti, sollecitati anche da domande poste all’Accademia della Crusca, sulla reggenza di “grazie”. Tuttavia, si sono concentrati soprattutto su una costruzione particolare, grazie di + infinito come formula di richiesta, che ci pare la meno rilevante: in contesti aziendali a contatto con Paesi francofoni, infatti, si riscontra una certa frequenza di frasi come “Grazie di inviarmi i documenti richiesti” o “Grazie di confermare l’avvenuto pagamento”, palesi calchi dal francese (merci de m’envoyer, merci de confirmer), dove la formula è usata da qualche tempo come sostituto ancora più cortese di “veuillez m’envoyer, veuillez confirmer (vogliate inviarmi, vogliate confermare). Queste formule di “ringraziamento preventivo” con l’uso dell’infinito presente, però, sono chiaramente un fenomeno circoscritto ad un preciso contesto, e non sembrano per il momento avere alcuna tendenza a diffondersi. Le frasi del tipo grazie per darmi, invece, sono sempre più frequenti e appaiono naturali a un numero crescente di parlanti.

Il fatto linguisticamente rilevante, in queste ultime, non è la preposizione in sé, anche se è probabile che nella prevalenza di “per” su “di” abbia influito il modello dell’inglese thank you for, bensì il tempo verbale che la segue: se “grazie di/per avermi aiutato” suona naturale a qualunque parlante italiano, “grazie per aiutarmi” no (o non ancora). E qui, l’interferenza è certa. In inglese, infatti, è del tutto normale dire e scrivere “thank you for teaching me that…”, “thank you for giving me the opportunity to…”. In questa lingua, infatti, la -ing form svolge comunemente la funzione anche di infinito passato (“thank you for having given me…” è grammaticalmente possibile ma quasi mai usato). In italiano, invece, l’infinito presente e quello passato sono entrambi adoperati e nettamente distinti, ed è per questo motivo che al posto di “grazie per insegnarci cose tanto interessanti” e “grazie per darmi la possibilità di intervenire” ci aspettiamo “grazie di/per averci insegnato cose tanto interessanti” e “grazie di/per avermi dato la possibilità di intervenire”. Ma se si intendesse ringraziare qualcuno non per aver fatto qualcosa, bensì per il fatto che continua a farlo? Ebbene, per quest’esigenza – che curiosamente pare essere sorta solo di recente – molti troverebbero più naturale la forma “grazie di insegnarci” rispetto a “grazie per insegnarci” (anche per l’ambiguità dovuta al doppio senso, causale e finale, di “per”), ma siamo pronti a scommettere che prevarrà il “per”, analogamente all’inglese.

La reggenza delle preposizioni, in effetti, è essenzialmente arbitraria, soggetta a mutamenti e quindi a fenomeni di interferenza, e la preposizione “di”, in particolare, per la sua polivalenza e genericità è probabilmente più fragile, come dimostra anche l’esempio delle formule “ricco in vitamine”, “povero in grassi” e simili che si leggono sempre più spesso sulle confezioni di prodotti alimentari, ricalcate sulle inglesi “rich in”, “poor in, laddove in italiano si è sempre detto “ricco/povero di” qualcosa.

Lingua disarticolata

Anche la locuzione settimana prossima/scorsa, senza articolo, che da diversi anni si sta diffondendo sempre più (specialmente nel Nord Italia), è probabilmente influenzata dall’inglese, dove peraltro, oltre che last/next week, si dice anche last/next month e last/next year, e in generale l’articolo determinativo è omesso in molti casi in cui in italiano è obbligatorio. Per il momento, non pare che nella nostra lingua l’omissione dell’articolo tenda ad allargarsi alle locuzioni “il prossimo mese” e “il prossimo anno” (anche se si nota una certa diffusione di “anno scorso” e “anno prossimo”). La si riscontra anche in altri casi: ad esempio nella terminologia medica – dove qualche anno fa si sono fatti notare i virus ebola e zika usati senza articolo – e in quella dell’economia, dove negli ultimi vent’anni è successa la stessa cosa coi nomi delle aziende (Fiat, Microsoft ecc.). L’esempio più recente riguarda la parola Brexit, formata da Britain e exit (uscita), legata al referendum che nel 2016 ha decretato l’uscita del Regno Unito dall’UE. I giornali italiani, adottando la parola, nella maggior parte dei casi le hanno preposto l’articolo femminile (la Brexit), corrispondente al genere di “uscita”. Da qualche tempo però si nota una crescita di “Brexit” senza articolo, come avviene in inglese, nonostante che in italiano i nomi di eventi e fenomeni di norma lo richiedano (il Rinascimento, la deregulation ecc.).

Interferenze intestine

Va notato, infine, che l’interferenza non riguarda solo il contatto tra lingue diverse; esiste anche un’interferenza “interna”, quella semantica, per cui il significato di una parola si modifica in quanto subisce l’attrazione di un altro termine, col quale i parlanti stabiliscono una correlazione più o meno “abusiva”, comunque non legata a un’effettiva parentela etimologica ma a una somiglianza meramente fonetica: si tratta delle cosiddette paretimologie, o “etimologie popolari”. Essendo derivate da un bisogno di rimotivare parole che si percepiscono come opache, è normale che le paretimologie si verifichino spesso con parole di origine forestiera: è questo il caso, ad esempio, di “stoccafisso”, derivato dall’olandese stokvisch, composto da stoc ‘bastone’ e visch ‘pesce’ (pesce essiccato su impalcature fatte di bastoni), dove il visch è diventato in italiano fisso per suggestione dovuta alla rigidità del pesce essiccato.

Il dato interessante è che questi fenomeni, nonostante l’alfabetizzazione di massa e la maggiore conoscenza delle lingue straniere, continuano a verificarsi ancora oggi. Il prestito adattato “implementare” (dall’inglese implement), ad esempio, è entrato in italiano all’inizio degli anni ’80 come termine tecnico dell’informatica, diffondendosi poi anche al di fuori da tale ambito col senso di “mettere in atto, realizzare”. La sua oscurità semantica, tuttavia, induce molti parlanti ad impiegarlo, per pura somiglianza fonetica, nel senso di “incrementare”.

Centrare il bersaglio

A volte, però, le paretimologie si verificano anche con parole o espressioni autoctone, che sono sempre state trasparenti ma a un certo punto, per qualche motivo, paiono non esserlo più. Il caso più clamoroso è quello di c’entra/non c’entra. Fino a qualche tempo fa, nel pronunciare frasi come “Che c’entra?” o “Non c’entra niente”, i parlanti sembravano aver consapevolezza di usare una voce del verbo “entrare”, dove “non c’entra niente” significa “(ciò) non entra affatto in questo discorso” e “c’entra” è la forma elisa di “ci entra”. Da qualche anno, tuttavia, sono in forte aumento, nel parlato come nello scritto, le occorrenze di “può/non può centrare con”, che evidentemente sono dovute all’interferenza del verbo centrare (fare centro, cogliere nel segno). Digitando "non vedo cosa possa centrare" su Google, si ottengono 780 risultati, e altri 586 per “Non vedo cosa possa c'entrare", che grammaticalmente non è molto più corretta della precedente (nessuno si sognerebbe mai di dire “non vedo cosa possa *c'essere di male in questo”).

Come si spiegano simili fenomeni di interferenza semantica oggi? Non è un caso che i linguisti tendano a non usare più la forma “etimologia popolare”, che sembra presupporre parlanti di basso livello culturale: le paretimologie si basano sul fatto che chi parla – tutti, non solo gli incolti – usa il linguaggio in modo automatico, irriflesso. D’altronde è così che si acquisisce la lingua, fin dalla nascita: in maniera inconscia, imitando ciò che si sente. Si va a orecchio e si naviga a vista nel gran mare del linguaggio, ed è giusto così. La lingua è un mezzo, e normalmente nessuno pensa allo strumento che usa per fare qualcosa, ma solo a ciò che fa. Perciò, grazie di aver avuto la pazienza di arrivare fin qui, ma ora smettiamo di osservarlo al microscopio come se fosse un insetto e torniamo ad usarlo spontaneamente, questo strumento bellissimo che ci rende umani. Con spensieratezza, ma non senza pensare.


Primo articolo della serie: «Semplificazione».
Secondo articolo della serie: «Sovrabbondanza»
Terzo articolo della serie: «Concordanza»

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