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Chicchera

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chìc-che-ra

SignPiccola tazza col manico, usata in particolare per tè, caffè e cioccolata

dal náhuatl xicalli che indicava il frutto della 'Crescentia cujete', giunto a noi attraverso lo spagnolo jícara.

Forse non tutti i lettori saranno familiari con questo termine, oggi un po’ desueto, che indica una tazzina di porcellana dotata di manico, utilizzata per sorbire tè, caffè o cioccolata. Il carattere lussuoso, ricercato, della chicchera è peraltro attestato da espressioni come “parlare in chicchere”, cioè parlare in modo troppo ricercato o affettato. Anche coloro che conoscono il termine non sanno forse che tale ricercatezza ha una lunga storia, una storia che ci porta dall’altra parte del pianeta.

Il termine chicchera deriva infatti dal termine náhuatl (cioè azteco) xicalli, con il quale si indicava il grande frutto sferico della Crescentia cujete, una sorta di curiosa zucca verde brillante che cresce su alberi ampi e frondosi. Tali frutti erano infatti seccati e tagliati a metà, ottenendo così due ciotole emisferiche che tutti i mesoamericani utilizzarono, per millenni, come bicchieri per sorbire le bevande più diverse, tra le quali le molte preparazioni a base di cacao.

Anche quando l’uso di lussuosi bicchieri e coppe in ceramica divenne prevalente nelle corti mesoamericane, l’uso delle xicalli, non venne mai abbandonato, tanto che i recipienti in ceramica erano sovente realizzati in modo da "mimare" la forma originale del frutto.

Quando i coloni europei scoprirono l’uso del cacao conobbero anche quello di questi curiosi recipienti naturali che durante l’epoca coloniale venivano decorati con eleganti pitture, laccature o applicazioni di foglie d’oro, come è possibile osservare in diversi quadri dell’epoca. Notoriamente, però, i coloni spagnoli ebbero una certa difficoltà a pronunciare i suoni della lingua náhuatl, cosicché il termine indigeno xicalli venne ben presto trasformato nello spagnolo jícara. Le belle jícaras coloniali giunsero poi in Italia insieme al cacao, come testimoniano ad esempio i due bellissimi esemplari oggi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, e quelle strane tazze divennero chicchere. Nel tempo invalse poi l’uso di bere il cacao in pregiate porcellane cinesi, anch’esse spesso importate dal Messico dove giungevano grazie al commercio transpacifico del famoso Galeone di Manila, ed ecco che le chicchere si trasformarono in tazzine di porcellana. Così, quando le nobildonne italiane (e magari anche le nostre nonne) sorseggiavano il cioccolato o qualche altra bevanda coloniale in eleganti chicchere di porcellana stavano inconsapevolmente replicando gesti e usi linguistici la cui origine risale alle ricercate pratiche di consumo delle lontane corti azteche.

Con Davide Domenici, antropologo e ricercatore presso l’Università di Bologna, un giovedì ogni due esploreremo un termine della galassia del cibo che giunge in italiano dalle lingue dell'America precolombiana.

Parola pubblicata il 08 Dicembre 2016

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