Omeoteleuto

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o-me-o-te-lèu-to

SignFigura retorica che si ha quando due parole hanno terminazione uguale o simile

dal greco homoiotèleutos ‘con terminazione simile’, a sua volta da hòmoios ‘simile’ e teleutè ‘terminazione.

Forse alcuni di voi hanno già delle riserve riguardanti questa parola, per come l’ho chiamata. Se siete tra coloro che hanno appreso a scuola questa figura retorica denominandola non omeoteleuto, ma omoteleuto, partiamo da qui ed etichettate quest’ultima forma come meno corretta: il greco homoiotèleuton è passato al latino come hŏmoeŏtĕleutŏn, il cui dittongo -oe- ha regolarmente dato esito, in italiano, di “e” semichiusa. Giusto per essere precisi.

Dissipato questo primo dubbio, inizio descrivendovi una scena particolare: non c’era venticello e sopra un autobello che andava a vol d’uccello incontro un giovincello dal volto furboncello con acne e pedicello ed un cappello, tutto avviluppatello da un buffo funicello. Un altro cialtroncello gli dà uno spintoncello ed uno schiacciatello sull’occhio pernicello e quello furiosello gli grida «moscardello!»; quindi iracondello gli fa uno spalloncello, gli mostra il culatello, e va a seder bel bello su un sedello. Si tratta degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, scrittore, poeta e drammaturgo del XX secolo, tradotti (o meglio, riadattati alla lingua italiana) in maniera magistrale da Umberto Eco nel 1983, sette anni dopo la morte dell’autore.

Ovviamente il segmento di testo riportato sopra è un’esagerazione – nessuno scriverebbe mai così di proposito – ma è tuttavia funzionale alla comprensione della figura retorica. Un altro esempio, meno denso del precedente, è tratto dal carmen I del Liber di Catullo, il famoso poeta romano del I secolo a.C.: Cui dono lepidum novum libellum / arida modo pumice expolitum? ‘Il bel libretto nuovo a chi lo dono, lisciato or ora dalla secca pomice?’ (traduzione di Nicola Gardini). In questo caso, com’è evidente, l’omeoteleuto è dato dall’uguaglianza della terminazione –um. Sempre Catullo, ma stavolta nel carmen CI, piangendo la morte del fratello dice: Multas per gentes et multa per aequora vectus / advenio has miseras, frater, ad inferias, / ut te postremo donarem munere mortis / et mutam nequiquam alloquerer cinerem. ‘Di paese in paese e di mare in mare, ecco giungo, fratello, al triste rito di renderti gli estremi onori della morte, chiamando invano il tuo cenere muto.’ (trad. Nicola Gardini)

È il caso di specificare che, quando l’omeoteleuto, come in questi ultimi due casi, riguarda le terminazioni di una lingua flessiva – che quindi declina le parole come il latino o coniuga i verbi, come anche l’italiano – prende il nome di omeottoto, ovverosia ‘dallo stesso caso’.

È quasi superfluo sottolineare adesso come quest’artificio sia spesso utilizzato in poesia (perfetto per la creazione di rime interne al verso) e raro nella prosa. Tuttavia, quando presente in quest’ultima, è sempre ben ponderato, onde evitare spiacevoli cacofonie e allitterazioni che rischiano di far stridere il suono del testo. Esempio di ciò è il testo sopra citato di Eco – che solo un lettore dai peculiari gusti potrebbe trovare piacevole fonicamente – ma anche frasi della vita quotidiana, come quella proposta dall’Accademica della Crusca Bice Mortara Garavelli, rischiano quest’errore: “l’argomento dell’inquinamento, che abbiamo trattato, è documentato dall’allegato…”.

E ora, andate le giornate d’estate, fate come pensate, ma io vorrei che tornaste per queste cataste di parole rimaste!

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 08 Settembre 2017

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