Connubio

con-nù-bio

Significato In diritto romano, capacità di contrarre nozze legittime; matrimonio; accordo armonico; alleanza

Etimologia voce dotta recuperata dal latino conūbiu(m), derivato di nūbere ‘sposarsi’, con prefisso con-.

  • «Quest'opera è un meraviglioso connubio di arte e scienza.»

A pensarci bene oggi il connubio ha un taglio piuttosto estetizzante, imperniato sull'armonia.
È evidente quando parliamo del connubio fra tartufo e uova, fra acciughe e burro, fra zucca e amaretto, fra risotto ai porcini e pinot nero. Ma anche del connubio fra poesia e musica nell'opera lirica, fra un testo e le sue illustrazioni, del connubio fra un'architettura e la natura circostante.
Può scavalcare la mera estetica e ricordare più da vicino le originarie nozze quando prende una dimensione politica di alleanza — peraltro, con una marca puntualmente spregiativa, come nel connubio fra politica e religione.

Ora, se diamo uno sguardo al passato remoto del connubio (giusto uno scorcio) non troviamo un'origine sorprendente. Il conubium è un matrimonio legale, e derivato di nubere, 'sposarsi', con il prefisso con-, che qui è piuttosto trasparente.

Le cose si complicano se ci concentriamo sul fatto che il conubium era soprattutto una facoltà di contrarre matrimonio. Nel primo mondo romano il matrimonio era un istituto per molti versi molto diverso da quello che sarebbe stato poi in epoca cristiana. Esistevano dei riti matrimoniali (come la confarreatio, estremamente solenne, aristocratica e poco diffusa) ma di solito il matrimonio prendeva forma come situazione di fatto, per usus, con un anno di convivenza. Ma era in ogni caso necessario avere dei requisiti perché questo matrimonio fosse legalmente valido. Fra questi c'era il conubium, che era una facoltà di sposarsi relativa, non generale. Ad esempio, tendenzialmente si aveva il conubium fra persone libere con la cittadinanza, puberi, col permesso di chi deteneva la patria potestas, ma non dovevano esserci altri impedimenti (come certi legami famigliari), mentre fra cittadini e peregrini era necessaria un'approvazione specifica.

Capiamo come sia stato facile che il conubium quale facoltà di sposarsi abbia pesato sugli equilibri delle accezioni del termine: il conubium come mero matrimonio non rappresenta problemi, come facoltà rappresenta una continua questione personale, sociale. Sei un patrizio e vuoi sposare una plebea? Sei un soldato e ti vuoi sposare? Sei straniero e vuoi sposare una cittadina romana? Bene, ma il conubium... ce l'hai?

Nonostante sia stato uno strumento politico di grande mordente, col tempo questo conubium si è eroso. Molte barriere sono progressivamente cadute, e si è ampliato tanto che la facoltà, generalizzata, ha perso di distinzione.

Così a noi il connubio, per via dotta, arriva come mero sposalizio, con tutti gli ampliamenti figurati del termine, che ovviamente orbitano intorno all'idea di un'unione di elementi diversi, anche contrastanti, che generano un nuovo stato — pensiamo al connubio di genio e sregolatezza.

Il connubio è distante e sfocato, rispetto a nozze e matrimonio, che ci si accavallano in testa con immagini molto nette e concrete. Sarebbe strano parlare delle nozze fra due cibi, del matrimonio fra due fazioni — anche se diciamo che si sposano bene. Magica versatilità della parola meno chiara, che s'inclina all'insolito e a ragioni estetiche.

(In coda mi permetterete una nota sul graffiante e dolce Niccolò Tommaseo, che nel suo dizionario ottocentesco, mostrando tutte le premure del tempo, critica l'uso di connubio in senso politico fra due parti notando che «è ambiguo, non si sapendo qual de' due sia il marito». Delizioso. E probabilmente, nel dirlo, aveva più presente di noi il Connubio del 1852, curiosa alleanza fra Cavour e Rattazzi.)

Parola pubblicata il 10 Ottobre 2026 • di Giorgio Moretti