Plebeo

ple-bè-o

Significato Della plebe; volgare, grossolano, dozzinale

Etimologia voce dotta recuperata dal latino plebèius, da plebs ‘plebe’.

  • «Che vacanza plebea.»

Ci sono poche parole aristocratiche come il termine ‘plebeo’. Il tipo di giudizio che esprime è di un classismo addirittura olimpico, che oltre a poter contare su un immaginario radicato da tempi perfino arcaici, ha un tratto estremamente peculiare.

La nozione è elementare: la società romana si divideva in patrizi e plebei. La bipartizione, a sentire gli storici antichi, nasce con Roma — da una parte abbiamo qualcuno che vanta un lignaggio (‘patrizio’ è un derivato patente di pater, padre), individuato ancestralmente con i criteri delle prime manifestazioni del potere (che in tempi posteriori sono stati riletti come criteri di virtù e moralità superiori, ci mancherebbe), dall’altro abbiamo chi fa parte del resto. Il termine plebs plebis, che in effetti potremmo tradurre aspecificamente con ‘popolo’, è un termine che nasce dal piede di una radice indoeuropea ricostruita come ple-, che declina significati di riempimento, (lo stesso plenus, ‘pieno’, è da qui): la plebe è la moltitudine, la folla, che Romolo divisò si dovesse occupare di agricoltura, allevamento, commercio, lasciando incarichi politici e sacerdotali ai patrizi. Almeno all’inizio, perché la plebe pian piano erose i privilegi patrizi, fino a garantirsi rilevanti prerogative — senza che però questo abbia appianato le differenze nella società romana, e questo è molto eloquente riguardo al fatto che ricchezza e potere, quanto povertà e insignificanza, a parte casi sporadici hanno la tendenza ad essere per sempre.

Quando nel medioevo l’umanesimo torna a rivolgersi all’antichità classica, questa divisione fra patrizi e plebei — si vede bene — risulta estremamente solleticante. Anche l’Italia del medioevo (be’, continuiamo a far finta di parlare del passato) è un luogo di grosse differenze sociali, c’è chi è ricco da qualche generazione e lo diventa sempre di più, e chi… no. Però è un periodo storico in cui la questione della gentilezza (che anticamente era pianamente la nobiltà) è molto problematizzata: chi è nobile? Quali sono le caratteristiche che rendono nobile qualcuno, o una stirpe?

Senza addentrarci in questo ginepraio (Dante, che di non essere nobile un po’ rosicava, ha avuto modo di sancire che «La stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe»), ci possiamo facilmente rendere conto di come la dicotomia antica patrizi/plebei offriva allora, e abbia offerto in seguito, un’occasione di idealizzazione perfetta. Non che in antichità plebs non fosse anche quella che diremmo ‘plebaglia’; ma qui, da una parte, senza sbavature, abbiamo chi è fatto all’uncinetto con virtù civili e militari di prima scelta, dall’altra abbiamo la massa del volgo ignobile, che non è solo basso dal punto di vista intellettuale, ma che è anche grossolano, gretto e radicalmente vizioso, una ciofeca morale miserabile dalla cima al fondo.
Spesso lo sguardo sul mondo antico ha fatto, e fa, questo effetto: la lontananza appiattisce, o pare renda più lecito l’appiattimento, e apre le vie all’esagerazione.

Così oggi se parlo dei divertimenti plebei che ovviamente non condivido, non sto prendendo le chine dell’impiego di attributi come ‘volgare’ o ‘dozzinale’ — qualificazioni ben piantate nella nostra realtà e che quindi con la realtà devono fare i conti — ma sto scegliendo un’altra via, più estrema ma paradossalmente più facile, proprio perché iperbolica, con un tratto di assolutezza, quasi di eternità, offerto dal riferimento classico. L’identificazione di un gusto plebeo nell’arredamento, nell’apparecchiatura e simili non richiede le considerazioni e i giudizi del pacchiano, del kitsch, dello sciatto, o perfino del semplice cattivo, ma acquisisce nel discorso il dato piano che è un gusto di quella gente lì. Se invece riconosco i modi plebei di una persona, sto riconoscendo un profilo che non ha la volatilità del triviale, l’estemporaneità del villano, ma che piuttosto si radica profondamente in un modello ideale che informa integralmente una persona e il suo intero genere. Per non parlare della vita plebea, meschina, passata senza slanci, rudemente sulla superficie, e perciò integralmente indecorosa. E si potrebbe continuare oltre.

Questo riferimento a un’appartenenza, così distante dalla nostra sensibilità, ha questo carattere straordinario, parte della magia delle parole: per noi è irreale. Svilente, scherzoso, problematico e irreale.

Parola pubblicata il 26 Agosto 2023