Corruzione

cor-ru-zió-ne

Decomposizione; degenerazione

dal latino: corruptio, composto da con- e rumpere rompere.

Di questi tempi la corruzione è una parola che vive soprattutto negli ambiti della politica e delle istituzioni: l'immagine è quella di una crepa, di una rottura rispetto all'integrità richiesta da un ruolo, di un cedimento all'avidità, di un tradimento egoista che infrange un patto di fiducia con chi ti ha accordato il potere.

Si tratta di un'immagine esatta, ma che non va scordata viva anche in contesti privati: il proprio fracassare per convenienza l'idea in cui si è creduto, l'accomodarsi con lo scalpello un vantaggio furbo, il pattuire bestialmente evasioni o raggiri va a spaccare la propria indole, la propria vocazione di onestà, lasciando solo da rabberciare i cocci dei valori come torna - si crede - meglio.

Tutto questo è lontano dall'etica decadente, fiorita in una morale asfissiante, per cui la corruzione era scultura, la ricerca studiosa e voluttuosa dell'imperfezione umana, a un tempo il sensuale tentativo di amarsi per come si è e di travalicare i propri limiti, lungo la strada maestra per raggiungere con l'immanente la concezione del trascendente.

La corruzione che viviamo è invece idiota, incontinente, febbrilmente rispondente a istinti di cui è inconsapevole, espressione della cieca foga di ingoiare davanti al terrore atavico di un imminente inverno, o di una insaziabile frenesia di accumulo e possesso o di guadagno pur nell'accidia.

Parola pubblicata il 27 Giugno 2012

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