Giobigiana
Dialetti e lingue d'Italia
gio-bi-già-na
Significato Varietà: lombardo — gibigiana, cioè gioco di luce, riflesso cangiante
Etimologia dal milanese giobigiana, con lo stesso significato.
- «e per fà adoss ai picch la gibigianna / con quell topazz in did largh ona spanna» 'e per fare addosso ai gonzi la gibigiana con quel topazio al dito, largo una spanna'm (Carlo Porta, frase in lombardo — la grafia è quella del milanese classico, con le doppie a indicare non la consonante geminata, ma la brevità della vocale precedente. La parola è registrata sia come "giobigiana" sia come "gibigiana", con quest'ultima forma passata all'italiano)
Parola pubblicata il 18 Maggio 2026 • di Carlo Zoli
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.
La parola di oggi è un dialettismo, cioè una parola che ha preso posto nell’italiano standard provenendo da un dialetto, con minimi adattamenti: un vero e proprio prestito, non troppo diverso dai prestiti che vediamo arrivare spesso da lingue davvero straniere. Che non è di trafila italiana si capisce dall’etimologia, e dalla forma, che se fosse genuinamente italiana (cioè di evoluzione toscano-fiorentina) suonerebbe ‘giovediana’. È una parola lombarda, e specificamente milanese.
Ma andiamo con ordine: in una gara tra amici di ‘chi sa come si chiama la tal cosa’, gioco a cui di solito me la cavo bene, una carissima amica, che spero lettrice di questo articolo, mi ha sconfitto con ‘riflesso della luna nel mare’: avete presente, quando la luna è bassa e grande sul mare si forma quella grande strada di riflessi argentei e tremolanti, tra voi, la luna e l’orizzonte? Spettacolo spesso incantevole: come si chiama?, mi chiede. Si chiama ‘gibigiana’. Mah, sarà.
Sono allora andato ad approfondire e ho chiesto all’amico Alessandro Parenti, Accademico della Crusca ed etimologo di valore immenso, il quale mi ha rimandato al suo Vocabolario Etimologico Italiano (di cui è uscita da pochi giorni una nuova, preziosissima edizione). La mia amica aveva solo parzialmente ragione… ma ascoltiamo Alessandro Parenti dal VEI: gibigiana 'gioco di luce riflessa da uno specchietto', voce lombarda/milanese, lat. volg. jovediana, a sua volta da jovis diem ‘giovedì’, [… ritenuto] il giorno delle streghe secondo la superstizione popolare. Tale è l’associazione tra ‘giovedì’ e ‘strega’, che in molti dialetti le due parole sono quasi identiche: ad esempio in certi dialetti trentini dove zobia vuol dire ‘giovedì’ - come quasi dappertutto nei dialetti del nord - e zobiana (lett: ‘quella del giovedì’) vuol dire ‘strega’.
Ma perché un gioco di luce viene chiamato giovediana, cioè 'la cosa del giovedì', cioè 'delle streghe'? nell’immaginario tradizionale delle culture preindustriali, il mondo naturale non era mai semplicemente naturale: ogni manifestazione insolita e ogni deviazione dalla normalità percettiva richiedeva una spiegazione che andasse oltre la causalità fisica. Secondo la concezione magica del mondo, gli eventi che sfuggono alla comprensione immediata non sono frutto del caso né di leggi naturali (sconosciute), ma il prodotto diretto della volontà di esseri dotati di poteri soprannaturali, spesso animati da intenzioni malefiche o anche solo dispettose nei confronti degli esseri umani.
Tra i fenomeni che più alimentavano questo sistema di credenze ci sono quelli luminosi: i miraggi, i riverberi, i giochi di luce sull’acqua. Ciò che affascinava di questi fatti è la loro apparente autonomia: sembrano muoversi, cambiare forma, avvicinarsi e allontanarsi seguendo una propria volontà. Per una cultura che non disponeva degli strumenti della fisica o della meteorologia scientifica, era del tutto razionale — all’interno di quel sistema di conoscenze — attribuire quella mobilità a un’intenzione, a una coscienza nascosta dietro il bagliore; dietro queste apparizioni luminose si immaginavano entità per lo più femminili: fate capricciose, streghe dotate di potere sul fuoco e sulla luce, vecchie megere che si trasfiguravano in forme abbaglianti per ingannare i naviganti. Ora, invece, stare in una barca a vela in una rada di un’isola greca in una notte d’agosto giocando a trovare un nome per la gibigiana della luna sul mare non è per niente pauroso anzi è in tutto e per tutto glamour. E infatti, glamour (prestito inglese, a sua volta dialettismo scozzese) in origine è ‘il gioco di luce ingannatore’, l’abbagliamento che confonde e fa apparire le cose diverse (e quindi migliori?) da quelle che sono. Ancora più incredibile che l’etimo remoto di glamour sia grammar (‘grammatica’) in ultima analisi ‘cultura scritta’, quindi ‘insegnamento segreto’ e da lì ‘incantesimo’. Perché le streghette dispettose e il glamour fossero limitate o tipiche del giovedì resta ancora, almeno per me, un totale mistero.