Guru

Sanscrito italiano

gù-ru

Maestro spirituale; esperto nel proprio settore

Dall’hindi guru गुरु, ‘mentore spirituale, esperto’, a sua volta dal sanscrito guru गुरु, ‘precettore spirituale, persona venerabile’, il cui significato viene dall’aggettivo guru गुरु, ‘pesante, importante, di gran valore’ (si confrontino il latino gravis e il greco barýs βαρύς).

Capita spesso di sentire frasi come ‘il dottor Tizio è un guru della chirurgia estetica’, oppure ‘dovresti leggere il testo di Caio, un guru tra i latinisti!’. Tizio e Caio, chiaramente, sono grandi esperti nei loro campi, dei veri e propri maestri, delle guide. E quindi noi li chiamiamo guru. Ma, come non raramente accade nel passaggio dalle lingue antiche a quelle moderne, i significati di alcune parole vengono, in qualche modo, desacralizzati – non smetterò mai di sorridere pensando al fatto che ora in Grecia, per indicare il coltello da tavola, usano la parola (makhaíri) che ai tempi dei poemi omerici designava la daga degli eroi (mákhaira). Ed è proprio questo il cambiamento di significato che si ha chiamando guru il dottor Tizio – certo, un gran chirurgo, ma pur sempre un chirurgo che forse, di spiritualità, ne sa ben poco.

Già in sanscrito troviamo uno spettro relativamente ampio di significati: non solo ‘maestro’, ma anche ‘persona importante’; e quest’importanza spettava anche ai genitori: al plurale i guru erano anche la madre e il padre.

Il guru per eccellenza, però, era quel maestro che faceva da guida al discepolo: il suo compito era quello di istruire il suo protetto negli śāstra (शास्त्र), i trattati riguardanti varie aree del sapere, e formarlo prima che passasse alla guida dell’ācārya (आचार्य), il cui compito era quello di iniziarlo allo studio dei Veda (i testi sacri dell’India antica), all’arte del sacrificio e ai misteri religiosi. Pare che il legame che si creava tra il guru e il discepolo fosse così forte da impedire relazioni tra il discepolo e le eventuali figlie del maestro, le quali sarebbero state alla stregua dell’incesto; non a caso, il termine viene tradotto nel dizionario come ‘genitore spirituale o precettore spirituale’.

E dell’importanza del guru nella vita spirituale dell’India ci rendiamo conto leggendo l’Advayatāraka Upaniṣad (अद्वयतारक-उपनिषद् ), una delle Upaniṣad – i testi di commento o aggiunta ai Veda – dedicate allo yoga: in essa si spiega infatti, con un’etimologia popolare, che ‘la sillaba gu indica l’oscurità, la sillaba ru indica colui che la disperde, per via della qualità di disperdere l’oscurità, il guru è così chiamato’; insomma, una specie di, e passatemi l’inesattezza scientifica, ‘illuminista spirituale’.

Poi, prendendo un momento in esame la parola ‘Upaniṣad’ (si pronuncia ‘upànisciad’), vale la pena sottolineare il fatto che, combinando i significati delle radici di cui è composto, questo termine indica l’azione dello star seduti davanti a qualcuno, ma su un livello più basso. E chi sarà questo qualcuno? Proprio lui, il guru, che dall’alto guarda e istruisce il suo discepolo.

Quindi, tra una cosa e un’altra, non sempre i sentimenti di rispetto e riverenza assoluti legato a questa parola sopravvivono identici a quelli antichi; ma certamente anche adesso, tra ciarlatani, specialisti, professoroni e vere guide spirituali, il mondo, da oriente a occidente, pullula di guru: guru della chirurgia, della fotografia, della cucina molecolare, dell’economia e, ora come allora, anche dello spirito.

Parola pubblicata il 16 Novembre 2018

Sanscrito italiano - con Mauro Aresu

Parole sanscrite entrate in italiano, parole italiane che richiamano il sanscrito: dopo il ciclo sulle figure retoriche, Mauro Aresu, giovane studente di lettere classiche, ci propone un tuffo in una delle interazioni linguistiche più fascinose, fra mode contemporanee e suggestioni primigenie.

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