Mugugno

mu-gù-gno

Brontolio, espressione di protesta e risentimento borbottata

dal genovese mugugnu, di origine onomatopeica.

Non solo il genovese ha raccolto, per mare, le ricchezze delle lingue del Mediterraneo, ma sempre per mare, cioè attraverso il gergo marinaro, l'ha restituite all'italiano.

A noi il mugugno arriva come un brontolìo, come una protesta a mezza voce. E non ci fa sollevare il sopracciglio leggere sui dizionari che si tratta di una parola di origine onomatopeica: si può pronunciare con i denti serrati, con le labbra appena schiuse, e il suo essere cupo, malmostoso e coperto non potrebbe essere foneticamente meglio rappresentato. Ciò che probabilmente sfugge è la sua dignità.

Il mugugno, in genovese, non è solo una lagnanza scura: prende quasi il profilo di un istituto giuridico, di un diritto a brontolare che investe i delicati equilibri delle gerarchie marinaresche, «Senza vino si naviga, senza mugugni, no». Non è un brontolio querulo, lamentoso, piagnucoloso. Il mugugno è titolo di protesta, non polemica, aperta e conflittuale (sul ponte di una nave avrebbe il nome di ammutinamento), ma insistente, profonda, ragionevole e molto discreta. E questi sono i caratteri che conserva nella lingua nazionale, in cui è attestato dai primi decenni del Novecento. Si accetta lo spostamento delle ferie con un mugugno che trascineremo avanti per anni, ogni errore dell'amministrazione viene accompagnato da mugugni che minano il consenso, e a forza di mugugni ostinati si ottiene ciò che si vuole.

Insomma, nel profilo del mugugno si riconosce un che di civile, perfino di democratico: non una lagna ostruzionista, anarchica, ma un borbottio risentito che preme in una direzione precisa senza prevaricazione.

Parola pubblicata il 24 Febbraio 2019

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