Querulo

què-ru-lo

Significato Lamentoso; che tende a lamentarsi

Etimologia voce dotta recuperata dal latino querulus ‘lamentoso, brontolone’, da queri ‘lamentarsi’.

  • «La responsabile è stata intercettata da una folla di persone querule che chiedevano soluzioni.»

Nel nostro orizzonte una parola come questa è estremamente interessante perché ci parla di un tratto di mondo che ci sta molto a cuore — e ci sta molto a cuore perché ci infastidisce. In effetti il querulo è il lamentoso, forse anzi il lagnoso, ma con una sfumatura speciale.

Siamo a casa del verbo latino queri, che significa ‘lamentarsi’. Figuriamoci, è una casa in cui girano profili di tutto rispetto: pensiamo alla ‘querela’ e alla ‘querelle’, così forti nel modo istituzionale o elevato che hanno di dogliarsi o disputare. Il querulo non lo è.

A vedere lo sviluppo dell’uso in letteratura, annusiamo subito come questo carattere fosse considerato antivirile. Nel metro medievale e rinascimentale sono specialmente dette querule le donne (spesso impegnate nei turbamenti d’amore e a sospirare, si sa) e ha il tono di una qualità strettamente associata al femminile. Ma col passare dei secoli si fa giustamente più equanime: la gente che lagna è di ogni risma, e la qualità di rompiscatole si distribuisce nella popolazione senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Beninteso: come è evidente nella cugina ‘querela’, non è che la lagna sia sempre infondata, anzi può avere ragioni da proteggere (può). Però il querulo spicca per le circostanze, le coloriture della lagna a cui è incline: fra l’altro tende variamente ad essere esagerata, importuna (si distingue per il tono particolarmente penoso); può reiterarsi continuamente, avere la frequenza dell’abitudine, può trascinarsi lungamente.
L’esplicazione di un malcontento può non essere piacevole ma può essere funzionale; ecco, il querulo si diffonde su tutto l’arcipelago delle ragioni della spiacevolezza. Ma aggiungiamo una piccola correzione.

Pensiamo al triste, al penoso, al dolente e al doloroso, all’infelice. Sono aggettivi che ci dipingono sensazioni, emozioni e sentimenti di disagio e spiacere — e lo fanno in maniera seria, composta. D’altro canto il lagnoso, il lamentoso, il piagnucoloso, perfino il lacrimoso e volendo anche il gemebondo sono qualifiche che facilmente mostrano la nostra insofferenza nel sopportarle. Il querulo si pone in questa seconda squadra, ma il suo carattere più ricercato fa sì che non sia un termine che ci immaginiamo (o ricordiamo) in bocca al parente antipatico e ostile alle nostre rimostranze infantili. Ci avranno detto «Come sei lagnoso!» non «Come sei querulo!», e questo fa sì che questa parola così meno battuta sia anche meno carica di risentimenti. («Anche ‘gemebondo’ è poco battuto!» Sì, ma grazie al quel -bondo è caricaturale.)

Posso parlare del tono querulo della vicina di sopra che lamenta un rumore fantasma nel cuore della notte; posso parlare delle persone querule che allungano file indocili davanti allo sportello del servizio clienti; posso parlare dell’amico querulo di cui abbiamo imparato ad aver cura. Insomma, non è una lusinga, l’attributo del querulo, e però sa essere meno sprezzante delle sue alternative, conservando un po’ di finezza e di leggerezza in più — al suono, quasi verso uggioso d’uccello mattutino.

Parola pubblicata il 12 Giugno 2024