Conticinio
con-ti-cì-nio
Significato La parte più fonda della notte
Etimologia voce dotta recuperata dal latino conticinium, da contĭcēre ‘tacere’, da tăcēre con prefisso con-.
Parola pubblicata il 23 Ottobre 2026

con-ti-cì-nio
Significato La parte più fonda della notte
Etimologia voce dotta recuperata dal latino conticinium, da contĭcēre ‘tacere’, da tăcēre con prefisso con-.
Parola pubblicata il 23 Ottobre 2026
Non è il conticino che ci resta da pagare alla fine dei lavori (e che essendo -ino promette d'essere una salaccata). Parliamo del conticinio, con una i in più, che ci porta su lidi completamente diversi, molto sospesi, molto poetici, integralmente notturni.
In latino il conticinium è ‘il momento in cui tutto si fa silenzioso’, derivato o da contĭciscĕre ‘ammutolire, tacere’, o da contĭcēre, che vuol dire comunque ‘tacere’ — quel con- ce li rafforza legandoli alla complessità di una situazione intera. Perciò, il conticinio è la parte più profonda e silenziosa della notte.
Naturalmente dobbiamo accontentarci di una certa indeterminatezza. Non stiamo parlando di ore misurate alla razionalità del sole (come la controra, per dire). Qui non abbiamo quasi punti di riferimento. Per noi possono essere le tre o le quattro di notte, per chi c'era prima di noi potevano essere le tre o le quattr'ore dal tramonto, può essere la tarda sera, in cui il silenzio si vede perché cala, può essere addirittura il momento che va dal canto del gallo all'alba — in cui il silenzio appena rotto, nel sobbolire del dormiveglia che ancora impastoia il mondo, si riprende tutto con più evidenza, fino a sfilacciarsi nel mondo apparito.
Il discorso è vecchissimo, beninteso. Ma fra le varie idee in merito merita d'essere citata per chiarezza e seguito quella del grande Isidoro di Siviglia: nelle sue Etymologiae ci sa indicare una progressione eptapartita dei tempi della notte (nell'ordine vesper, crepusculum, entrambi trasparenti, conticinium, eccoci, intempestum, senza tempo determinato, gallicinium, chicchirichì, matutinum, diluculum, il nostro bel dilucolo).
Meraviglioso come il criterio definitorio non sia astronomico, non si aggrappi (non possa aggrapparsi) alle vicende di luce e buio, ma sia tutto acustico e in ispecie umano (perché immagino che il gufo bontà sua oda un sacco di cose più di me, nel cuore della notte). Cessano le voci e i versi della vita domestica e civile — lontano, nel buio, solo qualche striga manda le sue terrifiche strida. Per questo non dobbiamo impuntarci sulla precisione oraria.
Noi, nella lingua corrente, abbiamo solo espressioni davvero didascaliche e prosaiche, per dire questa porzione di notte, lungi da una specifica messa a fuoco. Abbiamo la notte fonda, il cuore della notte. E a casa. Altrimenti ci dibattiamo alla ricerca di un gancio fisico, come con l'antilucano. Il silenzio soporoso, lo stato di inquietante requie che ci si rivela se vegliamo nel conticinio, li coglie solo lui. (Per quanto in futuro questa parte intempesta della notte la voglio ribeccare.)
Posso parlare del surreale conticinio in cui bianca neve scende senza vento; posso parlare della furibonda lite fra gatti che squarcia villanamente il conticinio, e magari ci fa accorrere perché uno è nostro; posso parlare della sorda solitudine del conticinio che ci trova sempre insonni.
È una parola davvero rara, letteraria, squisita (peraltro ha più fortuna nel mondo ispanofono). Ma stiamo parlando del cuore della notte, poffare. Non è un momento in cui si possano usare parole squadrate con l'accetta che rotolano come spiccioli. È un momento leopardiano, in cui il vago, il sospeso, l'indefinito si sposano meravigliosamente con termini del lato in ombra della lingua. In chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni, no?
Poi potremo anche continuare a dire notte fonda e cuore della notte, ma da adesso ci resterà il dubbio: forse, al raggio della silenziosa luna, nell'aria immota, che sia questo il conticinio? Che lo possa dire così, per raccontare l'ora in cui lo zio riapre la porta di casa rovesciando l'ombrelliera?