Gioco

giò-co

Significato Attività che una o più persone svolgono per svago, secondo regole condivise. Indica anche l’oggetto con cui si gioca, il modo o lo stile con cui un’attività viene condotta. In meccanica, lo spazio residuo tra due superfici di un accoppiamento mobile

Etimologia dal latino iŏcus ‘scherzo, burla, passatempo verbale’.

Avete mai fatto caso al fatto che l'italiano gioco e l'inglese joke – lo scherzo – condividono lo stesso identico nucleo? Il latino iocus, che indicava la burla o la facezia. Prima di essere una partita, una competizione, un sistema di regole (per cui i nostri antenati romani avevano una parola solenne: lūdus, da cui aggettivi come ludico o verbi di disillusione come illudere e deludere), il gioco era una battuta: qualcosa di prettamente verbale, leggero, che si esauriva nell'istante stesso in cui veniva pronunciato per intrattenere gli ospiti durante un banchetto.

Eppure questa etimologia sembra raccontare soltanto una parte della storia. Perché il gioco possiede una caratteristica singolare: si presenta come qualcosa di inutile, ma spesso produce conseguenze reali. Fu lo storico olandese Johan Huizinga, nel suo Homo Ludens, a sostenere che la cultura non nasce nonostante il gioco, ma attraverso il gioco. Il diritto, la religione, la poesia, la guerra e la politica condividono una struttura sorprendentemente simile: delimitano uno spazio separato dalla vita ordinaria e vi introducono regole specifiche.

Sempre nel Novecento, la parola ha conosciuto una delle sue applicazioni filosofiche a me più care. Ludwig Wittgenstein, nelle Philosophische Untersuchungen (Ricerche filosofiche), introduce il concetto di gioco linguistico: il significato di una parola non è un'entità fissa che essa porta con sé, ma dipende dall'uso che ne facciamo, dalle regole – spesso implicite, mai del tutto codificabili – del "gioco" in cui quella parola viene impiegata. Chiedere, scherzare, pregare, descrivere: ciascuna di queste attività linguistiche è un gioco diverso, con regole proprie, e non ha senso chiedersi cosa significhi una parola "in assoluto", fuori da ogni gioco. È una rivoluzione che la pragmatica – di cui le mie Parole si sono occupate molte volte – ha fatto in larga parte propria: il linguaggio, lungi dal rappresentare banalmente il mondo, ci gioca dentro.

Non tutte le regole del gioco, però, restano così implicite. Alcune si sono fatte proverbio, e raccontano, in poche parole, una storia intera: il gioco non vale la candela. Le sue origini risalgono al tardo Medioevo, quando le osterie erano piene di giocatori di dadi o carte che, calata la sera, chiedevano all'oste di portare una candela per continuare la partita. Ma la candela aveva un costo, e se le puntate in gioco erano troppo basse per giustificarlo, la scelta diventava netta: o si rilanciava, alzando la posta fino a renderla proporzionata al rischio, oppure si spegneva la candela e si tornava a casa. È, in miniatura, lo stesso calcolo che, secoli dopo, la matematica avrebbe formalizzato in equazioni.

La Teoria dei Giochi, formalizzata da John von Neumann e Oskar Morgenstern nel 1944, studia le situazioni in cui il risultato di un'azione dipende non solo dalle proprie scelte, ma da quelle di altri "giocatori" con interessi spesso contrastanti. Ogni giocatore deve scegliere una strategia sapendo che l'altro farà lo stesso, in una rete di aspettative reciproche che può non avere, in assoluto, una mossa migliore. Nei giochi a somma zero – dove ciò che uno vince l'altro perde – von Neumann aveva già trovato una soluzione di equilibrio, il celebre minimax. Fu poi John Nash, alla fine degli anni Quaranta, a dimostrare che un equilibrio simile esiste anche nei giochi in cui i giocatori possono trovare conveniente cooperare, un risultato per cui avrebbe poi ricevuto il Nobel (sì, ho visto qualche giorno fa il film A Beautiful Mind). Da questo nucleo matematico sono nate applicazioni vastissime, tra cui l'economia, la biologia evolutiva, la diplomazia internazionale, lo studio della cooperazione tra estranei. Il gioco, in questa veste, perde ogni leggerezza, conservando la sua struttura più profonda e complessa.

Questa espansione di significato la troviamo, in qualche modo, già contenuta nella lingua comune. In italiano il gioco non è soltanto l'attività ludica, è anche il proprio gioco: l'insieme delle carte che si possiedono, e quindi, per estensione, il proprio piano segreto. Abbiamo così le espressioni nascondere il proprio gioco, scoprire il gioco dell'avversario, mostrare finalmente il proprio gioco, fino al gioco delle tre carte, dove le regole esistono solo in apparenza. Per questo l'espressione è diventata una metafora dell'inganno: una situazione in cui la libertà di scelta è soltanto apparente.

Alcune delle accezioni più sorprendenti della parola sembrano addirittura allontanarsi completamente dall'idea originaria. In meccanica, il gioco è lo spazio residuo tra due parti mobili. Una serratura può avere troppo gioco, un ingranaggio troppo poco. Eppure anche qui sopravvive il nucleo della parola: il gioco come margine di libertà, una possibilità di movimento. Senza gioco il meccanismo si blocca; con troppo gioco perde precisione. Lo stesso accade nei giochi di luce o di ombra, nei giochi di colore, nei giochi di parole. Qui non ci sono vincitori o vinti, né regole esplicite.

La psicologia dello sviluppo, dal proprio versante, ha trovato nel gioco infantile una chiave di lettura fondamentale. Per Piaget, giocare è l'esercizio attraverso cui il bambino costruisce il pensiero simbolico – la capacità di far sì che un oggetto "stia per" un altro. Vygotskij ha insistito sulla dimensione anticipatoria del gioco: giocando, il bambino si comporta sempre un po' al di sopra di se stesso, in una "zona di sviluppo prossimale" dove sperimenta competenze che non possiede ancora del tutto. Ma è forse Donald Winnicott ad aver colto l'aspetto più radicale: il gioco, per lui, è il prototipo dell'esperienza creativa e il fondamento stesso del senso di identità – lo spazio intermedio in cui si impara a essere se stessi proprio fingendo di essere altro.

Sotto tutti questi usi, così stratificati tra l'effimera facezia conviviale e i rigidi modelli della strategia geopolitica, il gioco si rivela per ciò che è veramente: l’umano tentativo di dare ordine e senso al caos del mondo racchiudendolo dentro un sistema di regole. Eppure, sotto ogni sua veste più seria resta sempre, in fondo, fedele alla sua radice più antica: lo scherzo, la battuta, qualcosa che potrebbe, in qualsiasi momento, rivelarsi soltanto un gioco. E forse è per questo che il gioco ci accompagna per tutta la vita, permettendoci, ogni tanto, di immaginare la realtà diversa da com'è.

Parola pubblicata il 25 Giugno 2026