SignificatoOperazione magica, incantesimo; e, per estensione, il fascino e la meraviglia che ne derivano
Etimologia deverbale di incantare, dal latino incantāre ‘recitare formule magiche’, composto di in- e cantāre ‘cantare’ (iterativo di canĕre).
È una parola che richiede di attingere all'immaginazione quale strumento di esplorazione e conoscenza. Pensiamo alle innumerevoli volte in cui una persona, con fama di guaritrice, si è chinata a proferire una formula: come sono le sue parole? Ritmate, ripetute, ed è difficile non sentirvi dentro una forma di canto. Non recita a caso — sta facendo un incanto, nel senso più letterale che ci sia.
Il latino incantare vale infatti alla lettera 'cantare dentro': in- più cantare, verbo che senz'altro parlava di canto nel senso musicale che concepiamo noi, ma che aveva accezioni magiche. Incantare è recitare formule magiche. Dopotutto, la magia si compie con la voce — la parola di potere detta col ritmo giusto, la cantilena esoterica, la filastrocca che lega e guai a dirla con leggerezza. Il carme latino era a un tempo stesso poesia, formula e sortilegio; forse ci viene spontaneo accostarci lo charme francese e l'inglese charm: parole di fascino che da quel carmen discendono. Il fatto che tutto si tenga è piuttosto impressionante.
Da operazione, l'incanto è poi scivolato anche verso il suo effetto, accezione fortunata che gli ha conferito grande versatilità. Oggi non è quasi più una pratica stregonesca, storie a parte: è lo stato in cui ci troviamo quando qualcosa ci rapisce. Da lì viene anche l'incantarsi, il restare a bocca aperta, fermi a guardare come bambini davanti alla vetrina; e diciamo perfino incantato l'ingranaggio che si inceppa, la serratura che non gira, bloccati come per malìa. Diciamo che un posto è un incanto, che si sta d'incanto, che una cosa è riuscita come per incanto — e parliamo di pura meraviglia.
È qui che si misura la distanza dai suoi parenti magici, perché ognuno è rimasto a un gradino diverso di quel passaggio. La stregoneria resta nera e didascalica; la fattura e la malìa sanno ancora di malocchio, di legaccio malevolo.
Il sortilegio conserva un'aria arcana e decisamente raffinata; l'incantesimo (un po' più prosaico, con una lunghezza caudale che lo rende ingombrante) ha la neutralità fiabesca del libro illustrato; la magia è la più larga e generica di tutte. L'incanto si è mostrato in grado di trasmutarsi fino in fondo, distillando un altro nome del fascino e della grazia. Certo, anche il fascino ha fatto un percorso analogo, giusto un po' più pruriginoso.
Così posso parlare dell'incanto di un viso, dell'incanto di una sera d'estate, dell'incanto di una voce che racconta nel buio; dell'incanto in cui resta chi s'innamora, ma anche dell'incanto che si rompe quando un rumore o una parola entrano a disturbare. In fondo, non è peregrino pensare che ogni volta che proviamo l'incanto ci sia impercettibile, sotto il pensiero, una formula intonata.
È una parola che richiede di attingere all'immaginazione quale strumento di esplorazione e conoscenza. Pensiamo alle innumerevoli volte in cui una persona, con fama di guaritrice, si è chinata a proferire una formula: come sono le sue parole? Ritmate, ripetute, ed è difficile non sentirvi dentro una forma di canto. Non recita a caso — sta facendo un incanto, nel senso più letterale che ci sia.
Il latino incantare vale infatti alla lettera 'cantare dentro': in- più cantare, verbo che senz'altro parlava di canto nel senso musicale che concepiamo noi, ma che aveva accezioni magiche. Incantare è recitare formule magiche. Dopotutto, la magia si compie con la voce — la parola di potere detta col ritmo giusto, la cantilena esoterica, la filastrocca che lega e guai a dirla con leggerezza. Il carme latino era a un tempo stesso poesia, formula e sortilegio; forse ci viene spontaneo accostarci lo charme francese e l'inglese charm: parole di fascino che da quel carmen discendono. Il fatto che tutto si tenga è piuttosto impressionante.
Da operazione, l'incanto è poi scivolato anche verso il suo effetto, accezione fortunata che gli ha conferito grande versatilità. Oggi non è quasi più una pratica stregonesca, storie a parte: è lo stato in cui ci troviamo quando qualcosa ci rapisce. Da lì viene anche l'incantarsi, il restare a bocca aperta, fermi a guardare come bambini davanti alla vetrina; e diciamo perfino incantato l'ingranaggio che si inceppa, la serratura che non gira, bloccati come per malìa. Diciamo che un posto è un incanto, che si sta d'incanto, che una cosa è riuscita come per incanto — e parliamo di pura meraviglia.
È qui che si misura la distanza dai suoi parenti magici, perché ognuno è rimasto a un gradino diverso di quel passaggio. La stregoneria resta nera e didascalica; la fattura e la malìa sanno ancora di malocchio, di legaccio malevolo.
Il sortilegio conserva un'aria arcana e decisamente raffinata; l'incantesimo (un po' più prosaico, con una lunghezza caudale che lo rende ingombrante) ha la neutralità fiabesca del libro illustrato; la magia è la più larga e generica di tutte. L'incanto si è mostrato in grado di trasmutarsi fino in fondo, distillando un altro nome del fascino e della grazia. Certo, anche il fascino ha fatto un percorso analogo, giusto un po' più pruriginoso.
Così posso parlare dell'incanto di un viso, dell'incanto di una sera d'estate, dell'incanto di una voce che racconta nel buio; dell'incanto in cui resta chi s'innamora, ma anche dell'incanto che si rompe quando un rumore o una parola entrano a disturbare.
In fondo, non è peregrino pensare che ogni volta che proviamo l'incanto ci sia impercettibile, sotto il pensiero, una formula intonata.