SignificatoChe non è stato manifestato o realizzato
Etimologia composto di in- negativo ed espresso, participio passato di esprimere, dal latino exprimĕre ‘cavar fuori premendo’, derivato di prĕmĕre ‘premere’ col prefisso ex-.
Le parole volte in negativo spesso ci danno l'idea di poter essere ribaltamenti speculari dei concetti positivi. Ma inafferrabili oscillazioni, perturbazioni nel modo che abbiamo di vivere le due metà possono farli divergere — e sono divergenze eccezionalmente interessanti.
Esprimere e spremere sono baccelli della stessa pianta. Infatti il latino exprimĕre è arrivato fino a noi per due strade, una dotta e una popolare, portandosi dietro il gesto basilare e multiforme dello spremere fuori, del pigiare fino a fare uscire.
L'inespresso, quindi, non è vuoto. In quanto non-spremuto è roba che c'è, che occupa spazio e pesa, e che però non ha trovato l'apertura da cui uscire, la pressione per uscire. La lingua lo registra piuttosto tardi (siamo attorno al 1620) come composto trasparente di in- negativo ed espresso. Ed è splendido il modo in cui si specializza.
Infatti l'inespresso lo troviamo a bazzicare puntualmente in due piazze. La prima è quella dei sentimenti: un amore inespresso, una rabbia inespressa, un desiderio inespresso. E attenzione: anche un pensiero inespresso di rado ha una dimensione apollinea e lucidamente intellettuale — il più delle volte è profondamente emozionato. La seconda è quella delle possibilità: il talento inespresso, il potenziale inespresso, il vantaggio inespresso. Si sente come in ogni caso —mentre l'espresso viaggia fra il diritto e il bar, il treno e l'atto pragmatico — l'inespresso indossa i panni intimisti di qualcosa che è formato e non è venuto alla luce.
È molto sospeso, in questo taglio di significato. Il represso ad esempio ha una forza attiva che schiaccia: c'è una forza che spinge e una che la contrasta. Non filtra più dell'inespresso ma è molto più combattuto. Il taciuto presuppone una scelta (è uno stare in silenzio molto consapevole, il tacere) mentre l'inespresso può essere molto meno volontario; il reticente è analogo e anzi molto stretto sulla precisa e svicolante volontà di non dire. Molto molto bello il confronto con l'inconfessato: il confessare ha sempre un contenuto contra se, sfavorevole; così l'inconfessato ha una misura scabrosa di inaccettabile, vergognoso. Il latente, infine, riesce a coprire i significati dell'inespresso in maniera più distaccata: se ne sta nascosto e prima o poi, forse, verrà fuori. Ha anche un'aria più minacciosa.
L'inespresso non ha carcerieri, non è celato, e anzi spesso in filigrana si fa notare, e può anche avere una certa consapevolezza di sé: è un'assenza piena, mancante di quella stretta che lo farebbe uscire.
Il che ne fa un aggettivo anche piuttosto malinconico. Non ha nemici contro cui titanicamente levarsi, non è guidato da doppiezze.
Possiamo parlare del talento inespresso di una persona iscritta a un corso di laurea per far contenti altri; dell'affetto inespresso fra due fratelli che non hanno mai capito bene come dimostrarselo; del punto rimasto inespresso in una riunione non perché fosse tardi ma perché nessuno ha avuto lo slancio di tirarlo in ballo. È un aggettivo pulito, accessibile, tutt'altro che lezioso — anche sul terreno spesso patetico delle possibilità e dei sentimenti.
Le parole volte in negativo spesso ci danno l'idea di poter essere ribaltamenti speculari dei concetti positivi. Ma inafferrabili oscillazioni, perturbazioni nel modo che abbiamo di vivere le due metà possono farli divergere — e sono divergenze eccezionalmente interessanti.
Esprimere e spremere sono baccelli della stessa pianta. Infatti il latino exprimĕre è arrivato fino a noi per due strade, una dotta e una popolare, portandosi dietro il gesto basilare e multiforme dello spremere fuori, del pigiare fino a fare uscire.
L'inespresso, quindi, non è vuoto. In quanto non-spremuto è roba che c'è, che occupa spazio e pesa, e che però non ha trovato l'apertura da cui uscire, la pressione per uscire. La lingua lo registra piuttosto tardi (siamo attorno al 1620) come composto trasparente di in- negativo ed espresso. Ed è splendido il modo in cui si specializza.
Infatti l'inespresso lo troviamo a bazzicare puntualmente in due piazze.
La prima è quella dei sentimenti: un amore inespresso, una rabbia inespressa, un desiderio inespresso. E attenzione: anche un pensiero inespresso di rado ha una dimensione apollinea e lucidamente intellettuale — il più delle volte è profondamente emozionato.
La seconda è quella delle possibilità: il talento inespresso, il potenziale inespresso, il vantaggio inespresso. Si sente come in ogni caso —mentre l'espresso viaggia fra il diritto e il bar, il treno e l'atto pragmatico — l'inespresso indossa i panni intimisti di qualcosa che è formato e non è venuto alla luce.
È molto sospeso, in questo taglio di significato. Il represso ad esempio ha una forza attiva che schiaccia: c'è una forza che spinge e una che la contrasta. Non filtra più dell'inespresso ma è molto più combattuto. Il taciuto presuppone una scelta (è uno stare in silenzio molto consapevole, il tacere) mentre l'inespresso può essere molto meno volontario; il reticente è analogo e anzi molto stretto sulla precisa e svicolante volontà di non dire. Molto molto bello il confronto con l'inconfessato: il confessare ha sempre un contenuto contra se, sfavorevole; così l'inconfessato ha una misura scabrosa di inaccettabile, vergognoso. Il latente, infine, riesce a coprire i significati dell'inespresso in maniera più distaccata: se ne sta nascosto e prima o poi, forse, verrà fuori. Ha anche un'aria più minacciosa.
L'inespresso non ha carcerieri, non è celato, e anzi spesso in filigrana si fa notare, e può anche avere una certa consapevolezza di sé: è un'assenza piena, mancante di quella stretta che lo farebbe uscire.
Il che ne fa un aggettivo anche piuttosto malinconico. Non ha nemici contro cui titanicamente levarsi, non è guidato da doppiezze.
Possiamo parlare del talento inespresso di una persona iscritta a un corso di laurea per far contenti altri; dell'affetto inespresso fra due fratelli che non hanno mai capito bene come dimostrarselo; del punto rimasto inespresso in una riunione non perché fosse tardi ma perché nessuno ha avuto lo slancio di tirarlo in ballo. È un aggettivo pulito, accessibile, tutt'altro che lezioso — anche sul terreno spesso patetico delle possibilità e dei sentimenti.