Etimologia voce dotta recuperata dal latino perseveràntia, da perseverare ‘persistere, rimanere fermo’, derivato di severus ‘rigoroso’ col prefisso per- che qui rappresenta insistenza.
A pensarci meglio, a ripassarci sopra una seconda volta, ad ascoltarla con attenzione e, soprattutto, a guardare il modo in cui, nella nostra immaginazione, si dipinge in faccia a chi la porta, si capisce che il nesso col severo non è casuale.
Il perseverare latino si impernia sul severus, che noi corriamo subito a tradurre come 'severo', ma che più ampiamente possiamo intendere come 'rigido, rigoroso'. Questo severus è portato all'estremo dal prefisso per-, che qui non vuol dire 'attraverso' (come quando percorriamo una strada), ma significa una sfumatura di insistenza, di continuità. Ad esempio possiamo pensare anche ad altri verbi che lo impiegano così: dal persuadere al perdurare, dal permanere al perorare, fino al persistere.
Quindi abbiamo un proposito o un comportamento che, perseverando, viene portato avanti in maniera ostinata, rigida, addirittura incrollabile o perfino intransigente. Di fatto, c'è una certa ambivalenza nella perseveranza, che ci possiamo figurare sì come una virtù, ma che sa anche essere modalità del vizio inveterato. Questa prospettiva in particolare la troviamo fissata in un antico celebre proverbio: «Errare è umano, perseverare diabolico» (perseverare nell'errore, s'intende). Ma certo non le mancano anche i risvolti positivi. Il dato più particolare di questa qualità è la peculiare dimensione in cui si colloca. Se diamo un'occhiata ad altre parole che frequentano i paraggi, ci rendiamo conto che la sua prospettiva ha un equilibrio unico.
L'assiduità può essere serenamente abitudinaria. Io posso frequentare con assiduità un bar — se lo frequento con perseveranza, adombro che ci sia una ragione profonda per continuare ad andarci. La costanza ha uno spazio mentale più libero, sereno: non sempre è spontanea, ma non mostra altrettanta tignosa determinazione. Il confronto con la tenacia, invece, ci fa valorizzare la mutria, il grugno della perseveranza, perché la tenacia, nel modo che ha di non mollare, sa avere un impeto ridente e vigoroso, mentre la perseveranza pone l'accento su una postura mentale non tanto di slancio quanto di rigore.
La pervicacia, d'altro canto, oltre ad appartenere a un registro ancora più alto, letterario, si attaglia molto bene a fenomeni sì persistenti, ma anche non sostenuti da una particolare, esplicita volontà: posso parlare della pervicacia della menta piperita o della pervicacia di una diceria, ma non della sua perseveranza. L'ostinazione, come anche la caparbietà e la testardaggine, ci rappresenta, con un registro un po' più corrente, qualità che sembrano più spontanee, addirittura caratteriali.
Riprendendo il filo della perseveranza, questa si mostra alta sul versante del registro, e profonda in quello della collocazione interiore — saldamente volontaria, determinata da una persuasione intima che non ammette il compromesso e che ci dipinge anche in volto una certa grinta compunta.
Così posso parlare della perseveranza che l'amico ha mostrato negli anni, fino a riuscire a far decollare la sua produzione di fermentati; posso parlare della perseveranza che un gruppo locale ha manifestato nel presentare richieste precise riguardo alla tutela di un diritto; della perseveranza che mostro nel concludere ogni pasto con una generosa fetta di crostata, che sbafo come fosse un elisir.
A pensarci meglio, a ripassarci sopra una seconda volta, ad ascoltarla con attenzione e, soprattutto, a guardare il modo in cui, nella nostra immaginazione, si dipinge in faccia a chi la porta, si capisce che il nesso col severo non è casuale.
Il perseverare latino si impernia sul severus, che noi corriamo subito a tradurre come 'severo', ma che più ampiamente possiamo intendere come 'rigido, rigoroso'. Questo severus è portato all'estremo dal prefisso per-, che qui non vuol dire 'attraverso' (come quando percorriamo una strada), ma significa una sfumatura di insistenza, di continuità. Ad esempio possiamo pensare anche ad altri verbi che lo impiegano così: dal persuadere al perdurare, dal permanere al perorare, fino al persistere.
Quindi abbiamo un proposito o un comportamento che, perseverando, viene portato avanti in maniera ostinata, rigida, addirittura incrollabile o perfino intransigente. Di fatto, c'è una certa ambivalenza nella perseveranza, che ci possiamo figurare sì come una virtù, ma che sa anche essere modalità del vizio inveterato. Questa prospettiva in particolare la troviamo fissata in un antico celebre proverbio: «Errare è umano, perseverare diabolico» (perseverare nell'errore, s'intende). Ma certo non le mancano anche i risvolti positivi. Il dato più particolare di questa qualità è la peculiare dimensione in cui si colloca. Se diamo un'occhiata ad altre parole che frequentano i paraggi, ci rendiamo conto che la sua prospettiva ha un equilibrio unico.
L'assiduità può essere serenamente abitudinaria. Io posso frequentare con assiduità un bar — se lo frequento con perseveranza, adombro che ci sia una ragione profonda per continuare ad andarci. La costanza ha uno spazio mentale più libero, sereno: non sempre è spontanea, ma non mostra altrettanta tignosa determinazione. Il confronto con la tenacia, invece, ci fa valorizzare la mutria, il grugno della perseveranza, perché la tenacia, nel modo che ha di non mollare, sa avere un impeto ridente e vigoroso, mentre la perseveranza pone l'accento su una postura mentale non tanto di slancio quanto di rigore.
La pervicacia, d'altro canto, oltre ad appartenere a un registro ancora più alto, letterario, si attaglia molto bene a fenomeni sì persistenti, ma anche non sostenuti da una particolare, esplicita volontà: posso parlare della pervicacia della menta piperita o della pervicacia di una diceria, ma non della sua perseveranza. L'ostinazione, come anche la caparbietà e la testardaggine, ci rappresenta, con un registro un po' più corrente, qualità che sembrano più spontanee, addirittura caratteriali.
Riprendendo il filo della perseveranza, questa si mostra alta sul versante del registro, e profonda in quello della collocazione interiore — saldamente volontaria, determinata da una persuasione intima che non ammette il compromesso e che ci dipinge anche in volto una certa grinta compunta.
Così posso parlare della perseveranza che l'amico ha mostrato negli anni, fino a riuscire a far decollare la sua produzione di fermentati; posso parlare della perseveranza che un gruppo locale ha manifestato nel presentare richieste precise riguardo alla tutela di un diritto; della perseveranza che mostro nel concludere ogni pasto con una generosa fetta di crostata, che sbafo come fosse un elisir.