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Anfibologia

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an-fi-bo-lo-gì-a

SignDiscorso reso ambiguo dall’uso di termini o costrutti interpretabili in più modi

dal greco amphibolìa ‘ambiguità’ e -loghìa, derivato di lògos ‘discorso’.

Poveri gli antichi! Come saprete, Romani e Greci non osavano nemmeno andare da una stanza all’altra, senza prima aver consultato un oracolo per sapere se la natura del lungo viaggio sarebbe stata benigna o maligna. Iperbole a parte, spesso i responsi di questi oracoli erano tutt’altro che comprensibili per via della loro ambiguità, giocata spesso sul campo della plurivocità sintattica e semantica: gli oracoli, nel mondo antico, parlavano per anfibologie.

Ibis redibis non morieris in bello, si è sentito dire un giovane soldato dalla Sibilla cumana, la mitica profetessa di Cuma. Secondo voi quel giovane ne fu felice? Dipende. La frase può essere intesa, infatti, in due modi: «Andrai, tornerai, in guerra non morirai», oppure «Andrai, non tornerai, in guerra morirai». Sfortunatamente la Sibilla non dava responsi corredati di punteggiatura, perciò come questo soldato ignoto non poté conoscere il proprio destino, noi non conosciamo la sua fine.

Perfetto è l’esempio proposto dalla cruscante Bice Mortara Garavelli: «Una vecchia porta la sbarra». Che immagine si crea nella vostra mente leggendo questa frase? Quella di un’anziana signora che trasporta una sbarra, oppure quella di un antico portone che sbarra qualcosa? Qui l’anfibologia deriva dal duplice valore di «vecchia» (sostantivo o aggettivo), «porta» (verbo o sostantivo) e «sbarra» (sostantivo o verbo). Certo, si tratta di una frase peculiare, non comune, costruita appositamente per mettere in risalto più ambiguità possibili, ma l’anfibologia è in agguato nel parlare di tutti i giorni.

Considerate una frase semplice semplice come «Ho visto mangiare i topi». Ho scorto con lo sguardo qualcuno con gusti in cucina molto particolari, oppure una famiglia di topolini fare merenda? Eppure si tratta, banalmente, di un verbo («Ho visto») che regge una dichiarativa («mangiare i topi»). Ovviamente i casi in cui ciò si verifica non sono tantissimi: basta un po’ di accortezza linguistica per evitare equivoci simili e non mandare in paranoia il nostro ascoltatore.

Infine, con un salto all’indietro (o meglio, in avanti) degno delle grandi composizioni ad anello dell’epica arcaica, ritorno ai tanti, oscuri e pericolosi responsi degli antichi oracoli, con un esempio basato sull’equivocità che poteva generare la proposizione infinitiva in latino: Aio te Romanos vincere posse, «Dico che tu puoi vincere i Romani» oppure «Dico che i Romani possono vincerti». Terribili gli esiti nel caso di un’errata interpretazione; almeno noi, se parliamo per anfibologie, non mandiamo i nostri amici in disastrose battaglie! Ancora una volta: poveri gli antichi!

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 23 Marzo 2018

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