Asteismo

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a-sté-ì-smo

SignLode o lusinga dissimulata sotto l’apparenza del biasimo o del rimprovero; autodenigrazione simulata

Dal greco asteismós, derivato da ásty ‘città’

Confesso: prima di un esame la dico, la fatidica frase “No, ma io non so assolutamente nulla”, nonostante la certezza di una preparazione accettabile. È una delle forme dell’asteismo: l’autodenigrazione simulata, l’understatement, per dirlo all’inglese. E sì, anche quando postiamo le foto sui social network mettendo in luce i difetti (“mamma mia, che capelli qui”) aspettandoci che qualcuno ci definisca, invece, bellezze ultraterrene, siamo colpevoli: abbiamo fatto dell’asteismo uno stile di vita.

Un avvertimento: questa parola non è registrata, di solito, nei dizionari. Ma suvvia, non priviamoci di un termine tanto prezioso quanto reale nella vita di tutti i giorni, comunque riportato nei manuali di retorica!

E come mai, vi starete chiedendo, la derivazione è dal greco per città? Come riportato nel Dizionario tecnico-etimologico-filologico di Marco Aurelio Marchi (io ho consultato l’edizione del 1828), l’asteismo è una figura che “si fa quando tutto ciò che si espone è condito di sufficiente urbanità, e privo di rustica semplicità”. Ecco spiegata questa strana etimologia: asteismo è tutto ciò che viene ornato di politesse, un biasimo, proferito col sorriso, che cela tanto, troppo garbo, la strizzata d’occhio retorica che dice all’interlocutore di non preoccuparsi, “guarda che ti riprendo, ma mica ce l’ho con te, anzi!”

Che vuol dire? Non so voi, però io ricordo le visite natalizie agli amici di famiglia fatte coi miei genitori: puntualmente c’era lo scambio di auguri e, altrettanto tradizionale, la consegna del cesto, carico di cibo sufficiente per un reggimento. Di rito gli auguri, di rito il cesto e di rito l’asteismo: “Ma no, non dovevate assolutamente! Vi dobbiamo sgridare anche quest’anno!” Nessuno veniva messo all’angolo nel buio o in ginocchio sui ceci dietro la lavagna, né in casa né da amici, ma è insito nella nostra cultura, l’asteismo. Proprio non ce la facciamo a non spruzzare rimproveri di educazione in queste occasioni. E allo stesso modo non riusciamo a non celare le qualità che noi stessi ci riconosciamo dietro finte critiche che ci muoviamo allo specchio.

È un atteggiamento comune. Tanto comune che da queste righe emergono due notizie, una cattiva e una buona: la cattiva è quella di un nuovo peccato retorico; la buona è che siamo tutti peccatori.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 03 Novembre 2017

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