Circonlocuzione

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cir-con-lo-cu-zió-ne

SignFigura retorica che consiste in un giro di parole che sostituisce un termine definendolo o parafrasandolo

dal latino circumloquium, calco dal greco períphrasis dal verbo periphrázo, ‘parlo con circonlocuzioni’; dal termine greco ha avuto origine il termine italiano “perìfrasi”.

Come dice la parola stessa, la circonlocuzione è il “dire un qualcosa girandoci intorno” (circum ‘intorno’ e loquor ‘dire, parlare’). Come (quasi) sempre, ci troviamo davanti a una figura retorica che trova ampio uso non solo nei testi letterari, ma anche nel linguaggio quotidiano.

Trattandosi di una figura basata sostanzialmente sulla sostituzione di qualcosa con qualcos’altro, entrano spesso in gioco altre figure retoriche che vanno a fare da base della circonlocuzione: litote, metonimia, metafora e via dicendo.

Come ho già fatto tempo fa, non posso che, per fare un esempio, tornare a uno dei piccoli angolini letterari a cui più sono affezionato: la saga di Harry Potter di J.K. Rowling. Lungi da me l’idea di voler nominare il mago oscuro più temuto di tutti i tempi: Colui-che-non-deve-essere-nominato (o, alternativamente, il Signore Oscuro, o ancora Voi-sapete-chi). Circonlocuzioni, queste tre, per evitare di pronunciare il nome dell’antagonista della storia. E come in questo esempio (di vita quotidiana in una storia, certo, ma pur sempre letterario), allo stesso modo ogni giorno usiamo circonlocuzioni per parlare di cose che con scaramanzia teniamo lontane da noi o, semplicemente, troviamo sgradevoli. E così le circonlocuzioni si incontrano con gli eufemismi: qualcuno avrà “il brutto male”, per non nominarne la malattia, e tra le vie del paese si parlerà di “sonno eterno”, per non chiamare la morte.

Nel canto III dell’Inferno dantesco c’è una circonlocuzione molto interessante che ancora oggi risulta essere un grattacapo per i critici. Tra gli ignavi Dante incontra e riconosce «colui / che fece per viltà il gran rifiuto» (colui che, per viltà, fece la grande rinuncia). Per qualcuno è Pilato, che si lavò le mani al momento della scelta sulla sorte di Cristo; per altri è Celestino V, il papa che, con la sua abdicazione, rese libero il soglio pontificio per Bonifacio VIII (nemico giurato di Dante); altri nomi sono Esaù, Giuliano l’Apostata, Romolo Augustolo, grandi ignavi della storia. Tuttavia ciò che è interessante notare in questo esempio è che qui la circonlocuzione (almeno a noi lettori di quest’epoca) offre un semplice spunto, senza darci una via precisa da seguire.

In altri casi, invece, l’interpretazione è certa: ancora in Dante «il mal seme d’Adamo» è palesemente la stirpe degli uomini peccatori, il «doloroso ospizio» è l’Inferno e il «disiato riso» è la bocca (e nello specifico quella di Ginevra, nominata da Francesca a proposito del proprio peccato di lussuria).

Se poi dal poema sacro di Dante passiamo a quelli un po’ più vecchi della cultura greca, ci possiamo rendere conto del fatto che le circonlocuzioni sono tantissime (anche in virtù della formularità del testo): Atena è la «dea occhi di civetta», e Odisseo, nel primo verso dell’Odissea, è il «polytropon àndra», ‘l’eroe multiforme’.

Sempre nell’epica (ma stavolta norrena) troviamo le kenningar (singolare kenning), da kenna, ‘chiamare, designare’: il sangue diventa benja regn, ‘pioggia delle ferite’ e il cielo è vegr mána, ‘sentiero della luna’.

Non un semplice “dire qualcosa dicendone un’altra”, ma una frase-sinonimo che allunga la parola, figura retorica di chi, alle cose, ci gira intorno; eccola, la circonlocuzione.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 01 Giugno 2018

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