Climax

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clì-max

SignFigura retorica che consiste in un’anadiplosi continuata, oppure in un’ascesa o discesa di intensità

dal greco klîmaks ‘scala’.

Abbattiamo due pilastri che spesso vengono eretti nelle scuole durante le ore di italiano e poi continuano a svettare nelle nostre teste. In primis, quando in riferimento alla retorica – nonostante sia ormai più diffuso il maschile – è tradizione fare riferimento a questa figura al femminile: la climax.

Poi è doveroso sottolineare che la sua forma più conosciuta è anche quella più recente: originariamente la climax non era la solita nota, notissima, stra-conosciuta ascesa o discesa in intensità, ma un’anadiplosi (ripetizione dell’ultimo elemento di una proposizione all’inizio di quella successiva) continuata. Ed è da questa sua forma originaria che è il caso di iniziare con qualche esempio.

Quintiliano, famoso oratore e retore romano del I secolo d.C., dice nella sua celebre Institutio Oratoria che la climax consiste nel salire una scala fermandosi a ogni gradino (cautamente, aggiungerei, per sottolineare la premura nella ripresa delle parole), prima di passare a quello successivo: “Dubitiamo che i poeti etichettati per sublimi riescono a riuscir tali ogni volta, nell’intento e nel prodotto: nel prodotto, vale a dire nel verso. Di versi ne buttan giù: buone intenzioni non gli difettano. Di buone intenzioni, dice, è lastricata la via dell’inferno”. Carlo Emilio Gadda così scriveva ne Il tempo e le opere, accompagnando chi legge lungo la scala, cautamente, gradino per gradino.

Mentre questo modo di esprimersi potrebbe sembrare, banalmente, una ridondanza, in realtà consiste in una “precisa strategia dell’informazione”, scrive Giorgio Cardona, linguista, nella sua Introduzione all’etnolinguistica. Una cosa interessante è che, come dice lo stesso Cardona, schemi di questo tipo sono caratteristici in lingue amazzoniche, in cui “ogni proposizione conferma in parte l’informazione portata dalla frase che precede e porta un frammento di informazione nuova”.

Riconosciuta quindi la forma iniziale della climax, possiamo anche vedere qualche esempio più confortevole (perché più familiare nei modi): en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada, “in terra, in fumo, in polvere, in ombra, in niente”. Così recita l’ultimo verso di Mientras por competir con tu cabello (il titolo è il primo verso, Ungaretti nel '47 lo traduceva "Finché dei tuoi capelli emulo vano”), di Luis de Góngora, autore cordovano del Secolo d’Oro (XVI e XVII secolo): la climax è qui discendente, con l’affievolimento dell’intensità espresso attraverso la progressiva perdita di materialità – dalla terra al nulla – dei “gradini”.

Ascendenti sono invece le due climax, in versi successivi, erette da Pascoli nel componimento Il lampo: “la terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto”. La terra passa dal respirare con affanno al sussultare, in un crescendo di angoscia che inevitabilmente il lettore percepisce salendo, stavolta con passo veloce e incalzato, la scala. Non più, quindi, i passetti cauti di Quintiliano, ma accumulazione progressiva di parole che sempre più si ingigantiscono.

Detto ciò, niente mi resta da fare, se non salutarvi augurandovi una buona, buonissima, splendida giornata.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 06 Ottobre 2017

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