Concludere

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SignPortare a compimento; dedurre

dal latino concludere, composto di cum 'con' e claudere 'chiudere'.

È formidabile come il con-, primo elemento di uno sterminato numero di parole composte, riesca a trasfigurare i concetti.

La base del concludere è il chiudere. Ma quel 'con' ci dipinge un chiudere finale, compiuto raccogliendo e serrando un insieme di elementi, di azioni. Per questo diventa un portare a compimento, uno stabilire, un realizzare: concludo il lungo lavoro, concludo il contratto, concludo il discorso.

In altri termini, c'è una chiara sfumatura di ricapitolazione, nel concludere. Il che è evidente anche nel concludere quale dedurre: dalle tue affermazioni concludo che stai mentendo, viste le premesse si può concludere di dare ragione a una parte. Anche il ragionamento logico mette insieme e chiude.

Una vera meraviglia, che spesso non abbiamo presente - anche se sappiamo usare il verbo concludere con proprietà.

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(Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila)


Questo [nome] che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace, non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi la vita.


Quando ci presentiamo, anzitutto diciamo un nome. Ma cosa c’è, veramente, dietro quel nome? Se lo chiede Moscarda, il protagonista, e la risposta è sorprendente: non c’è una persona sola, bensì centomila.

Infatti, tutti quelli che ci conoscono hanno un’immagine diversa di noi. Per sua moglie Moscarda è un adorabile bambinone, per la gente del paese è un usuraio.

Lui stesso, poi, ha una sua immagine di sé, che non è più vera delle altre; e per di più è fissa, mentre l’io cambia continuamente. anche noi ci accorgiamo che, oggi, non siamo più le stesse persone di qualche anno fa.

Il nome, quindi, imprigiona (con-clude) la vita in una forma: estrae un fotogramma dal flusso vitale, cristallizza un significato fra i tanti possibili. Così il dinamismo e la complessità della vita umana si perdono, e le persone sono costrette a recitare una “parte” sempre uguale.

Perciò Moscarda sceglie di rinunciare a tutti i nomi, per sempre. E che boccata di libertà! La vita «non conclude», anzi rinasce tutti i giorni: c’è sempre qualcosa di meraviglioso da (ri)scoprire. E anche noi possiamo sempre reinventarci, perché i limiti che credevamo inevitabili sono solo costruzioni della mente.

Tuttavia, concludere significa anche dare un significato alle cose: in un certo senso, farle esistere. Una condizione di libertà totale, priva di confini, dissolve ogni oggetto. Così, paradossalmente, per essere libero Moscarda deve rinunciare a se stesso: esiste senza averne consapevolezza, come un albero o una nuvola.

Inoltre il nome crea legami. Riconosce un’appartenenza, veicola conoscenze, costruisce affetti. Nel nome con-chiudiamo una parte di noi, affidandola con trepidazione all’orecchio dell’altro. Perciò Moscarda, senza nomi, è condannato all’incomunicabilità (infatti vive in un manicomio).

Forse, allora, una conclusione è necessaria. Ma come concludere senza imprigionare? Come trovare un’identità che non sia maschera? Discorso complesso… che ovviamente non si conclude qui.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 23 Gennaio 2017

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