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Dvandva

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dvàn-dva

SignTermine tecnico della linguistica che indica un composto copulativo

dal sanscrito द्वंद्व, dvaṃdva ‘coppia, composto copulativo’.

La letteratura sanscrita ha donato al mondo scritti appartenenti a svariati ambiti del sapere; uno di questi ambiti è la grammatica, ed è proprio dalla grammatica sanscrita che la linguistica moderna ha mutuato il termine dvandva.

In sanscrito la composizione è stato un meccanismo importantissimo: basti pensare che si individuano ben sei tipi di composizione, a cui sono da aggiungersi le varie sottocategorie proprie di ciascun tipo. Insomma: in India dilagava la compostomania.

Per dirlo in parole povere, lo dvandva è un composto copulativo, cioè un composto in cui i componenti sono sullo stesso piano dal punto di vista gerarchico e possono essere visti come uniti dalla congiunzione copulativa ‘e’.

Metto le mani avanti: dvandva non è certamente una parola che si sente tutti i giorni. Anzi: forse chi non è uno studioso che prima o poi si trova faccia a faccia con la linguistica o un appassionato non la sente proprio mai. “E allora perché mai dovrei conoscerlo”, si starà forse chiedendo qualcuno. Semplicemente calza alla perfezione in questo ciclo di parole: il sanscrito aveva una parola specifica per indicare questi composti e la linguistica moderna è andata, l’ha presa, l’ha traslitterata e l’ha fatta propria. Forse una parola così sconosciuta e particolare – oltre che, giudizio estremamente scientifico, molto simpatica da pronunciare – è proprio una di quelle che meglio possono indicare il lungo fil rouge che collega il sapere del subcontinente Indiano a quello occidentale.

A dirla tutta, in italiano gli dvandva non sono tantissimi: ‘cassapanca’, ad esempio, è uno di essi. Una cassapanca è ‘una cassa e una panca’, ma un capostazione non è ‘un capo e una stazione’. Un ricordo dolceamaro è ‘dolce e amaro’, ma una parete variopinta non è ‘varia e colorata’, bensì ‘variamente colorata’.

Uno dvandva che mi piace particolarmente è però preso dal greco moderno: μαχαιροπήρουνο (da leggersi macheropìruno, dove ‘ch’ è come il suono del tedesco ich). È composto dai termini μαχαίρι e πιρούνι (rispettivamente ‘coltello’ e ‘forchetta’) e indica l’insieme delle posate. Altro composto molto simpatico, sempre dal greco moderno, è ανδρόγυνο (androgino, in cui la ‘d’ è come il ‘th’ di that inglese, e la ‘g’ è dura e aspirata), in cui riconosciamo le radici delle parole ‘uomo’ e ‘donna’, che significa, per l’appunto, ‘uomo e donna’, nel senso di coppia sposata.

Infine, doveroso è un esempio tratto proprio dal sanscrito. Senza addentrarci nelle specificità della composizione, un esempio di dvandva può essere मातापितरौ, mātāpitarau, ‘madre e padre’, significativamente declinato non al singolare, non al plurale, bensì al duale.

Visto? Come parola è sicuramente più difficile – e noiosa – a dirsi che non a mostrarsi. Detto ciò, dopo avervi auspicabilmente preparato all’andirivieni di oggi, mi congedo: devo andare, ché scrivo la sera e la radiosveglia non s’imposta da sola.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 08 Febbraio 2019

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