Forse

Scorci letterari

fór-se

Probabilmente (esprimendo dubbio, esitazione, possibilità); dubbio, incertezza

dal latino forsit, composto di fors 'sorte' e sit 'sia', 'sia destino'.

Questa parola è una di quelle presenze così fondamentali, di uso talmente automatico che isolarla dai discorsi per trattarla da sola è già disorientante.

Disorientamento che cresce in bene quando ci rendiamo conto che dietro a questa forma, che all'occhio che corre non desta curiosità, si cela una formula tanto solenne: come cambierebbe il tono del nostro parlare e del nostro scrivere se ogni 'forse' suonasse come un 'sia destino'? Sia destino molto. Inoltre, parole così basilari mostrano spesso una versatilità notevole, e il valore avverbiale del forse - partendo da quel 'probabilmente' che significa, da quell'assenza di certezza - può avere i colori più disparati.

Retoricamente attenua le affermazioni ("Forse questo è il peggior Bloody Mary che io abbia mai assaggiato"); gonfia d'enfasi le interrogative se preceduto da un 'non' ("Non è forse il peggior Bloody Mary che tu abbia mai assaggiato?") o le smussa nel significato di un 'per caso' ("Perché quella faccia? Forse è il Bloody Mary peggiore che tu abbia mai assaggiato?"); sui numeri impone un 'circa' ("Gli avranno anche fatto schifo i Bloody Mary, ma se n'è bevuti forse una dozzina"). Insomma, riesce sempre ad essere determinante. Tanto che i dubbi, le incertezze, si sostantivano nei forse.

Se l'eleganza non si nota ma si ricorda, 'forse' è davvero una parola elegante.


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G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 133-143.


Forse s'avess'io l'ale

da volar su le nubi

e noverar le stelle ad una ad una

o come il tuono errar di giogo in giogo,

più felice sarei, dolce mia greggia,

più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dì natale.


Chi non ha mai sognato di volare? Salire nell’azzurro più puro, meravigliosamente liberi e leggeri. È un sogno talmente bello che a volte lo faccio anche da sveglia: specie in quelle giornate in cui il vento ti gonfia la gonna, e sembra stia per sollevarti da un momento all’altro.

Anche il Canto notturno è pervaso da questo desiderio, tanto che tutte le strofe terminano col suono “ale”. Infine Leopardi si immagina in volo, per la prima volta veramente felice. È solo un attimo, perché subito la ragione lo riporta coi piedi per terra: a che scopo pensare di cambiare condizione? Nessuno può sfuggire alla sofferenza.

Del resto è il Canto di un pastore errante, nel duplice senso che è sempre in movimento e che commette errori. C’è da dire però che il pastorello si trova in una di quelle enormi pianure dell’Asia in cui non c’è nulla per chilometri: ne ho viste di simili in Australia, e posso testimoniare che lì il cielo è assurdamente grande, e le stelle ci brillano chiare e nette come i diamanti. E allora è impossibile non domandarsi cosa ci facciano lì quelle “facelle”, e cosa ci facciamo noi qui, e se veramente è possibile essere felici.

Che poi, in fondo, la grandezza di quel pastore – di noi tutti – sta proprio nel desiderare. Rispetto all’immensità dell’universo è una figurina da nulla, ma nel suo cuore c’è il cielo intero. Insomma, ricalcando una famosa frase di Dostoevskij: se mi dimostrassero che il desiderio è un errore, preferirei stare con l’errore piuttosto che con la verità. E credo che in fondo anche Leopardi la pensasse così.

Infatti semina per la strofa un piccolo avverbio: forse. Pur essendo convinto che, razionalmente, la vita non abbia senso, circonda questa conclusione di “forse”. Non è – non vuole essere – del tutto certo.

È chiaro, nessuno ama l’incertezza di per sé; ma talvolta anche l’incertezza può essere cara, perché genera una figlia di ineguagliabile bellezza: la speranza.

Parola pubblicata il 30 Luglio 2018

Scorci letterari - con Lucia Masetti

Con Lucia Masetti, dottoranda in letteratura italiana, uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

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