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Samadhi

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sa-mà-dhi

SignStato di profonda concentrazione che culmina nell'assorbimento di sé nella concentrazione stessa

Dal sanscrito समाधि samādhi, 'unione, intensa concentrazione'.

Si è già parlato, in questa rubrica, di una delle parole che più naturalmente vengono in mente quando si pensa all'influsso del sanscrito nell’italiano: yoga.

Strettamente connessa allo yoga è la parola di oggi, समाधि samādhi, l’unione finale, che non a caso è la meta del cammino dello yoga.

Di questa disciplina parla Patañjali nei suoi yogasūtra, gli aforismi sullo yoga, e in essi descrive il cammino che si compie attraverso la pratica dello yoga come diviso in otto punti (o अष्टाङ्ग aṣṭāṅga, letteralmente “consistente di otto membri”). Passandoli in rassegna in maniera molto sbrigativa, questi otto stadi della pratica dello yoga sono yama (le astensioni, che si esplicano nella non violenza, nella sincerità, nella temperanza, nel seguire il Brahman, nella non avidità), niyama (le osservanze, e cioè la pulizia, l’appagatezza, il calore mistico, l’abbandono al Signore Īśvara), āsana (le posture fisiche), prāṇāyāma (controllo ed estensione del respiro), pratyāhāra (astrazione dal mondo), dhāraṇā (concentrazione), dhyāna (meditazione) e, infine, samādhi. Citando direttamente Patañjali, il samādhi è quella condizione nella quale appare solo l’oggetto della meditazione e il sé è assente.

Anche questa condizione, però, è da intendersi come un cammino, un movimento graduale verso una sublimazione del sé via via maggiore, fino ad arrivare alla totale assenza di percezione: si ha dapprima il sabīja samādhi, il “samādhi coi semi”, che può essere cosciente (quindi un samādhi ancora acerbo) oppure non cosciente (e tendente a quella sublimazione del sé che si diceva prima), e poi, finalmente, il nirbīja samādhi, un “samādhi senza semi”, in cui non vi è più alcuna funzione mentale, né consapevole, né inconsapevole, ma solo un totale abbandono che porta al samādhi vero e proprio, e cioè la dissoluzione nell'oggetto della meditazione.

No, non è per niente semplice. Il samādhi è un concetto difficile da raggiungere, persino anche solo da immaginare, perché è l’acme del pensiero e, allo stesso tempo, sembra essere il suo annullamento: se il samādhi è, come spiegato da Patañjali, la concentrazione perfetta, tanto perfetta da portare a una sublimazione tale da esistere e al contempo dissolversi nell'oggetto della propria meditazione, possiamo davvero definirlo un'acme della concentrazione?

questa perdita di confini tra sé e l’oggetto della meditazione è stata abilmente spiegata da Philippe Cornu, un buddhologo francese, che ha detto che quando la concentrazione sull'oggetto è talmente forte e fissa da annullare la percezione della distinzione tra soggetto meditante e oggetto, allora c’è sostanzialmente il samādhi, perché ciò che rimane non è concentrazione su qualcosa, ma concentrazione e basta, meditazione in sé senza alcunché d’altro.

Il concetto di samādhi è tanto elevato da far sì che cercare di comprenderlo risulti complicato, come provare ad afferrare uno spiraglio di fumo con le mani, quasi percependolo, ma mai toccandolo. La questione si complica poi ancora di più — ma ci siamo resi conto che non è mai cosa facile, quando si parla di concetti religiosi e filosofici — se si cerca di delineare i confini tra il concetto di samādhi nelle varie dottrine e nelle varie opere delle varie dottrine.

Insomma: questo di oggi è un assaggio. Una fine che racconta una fine che in realtà è un inizio, la punta di un iceberg, le fronde visibili di una quercia che, per quanto maestosa alla vista, segretamente ci cammina sotto i piedi con le sue ancor più maestose radici. E visto che mai mi son privato delle metafore culinarie: il primo morso di un dessert, ancora tutto da gustare, che sancisce l’inizio della fine di un buon pasto.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci ha raccontato una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 23 Agosto 2019

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