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Schiacciare

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schiac-cià-re (io schiàc-cio)

SignComprimere, pressare qualcosa rompendo, deformandolo, appiattendolo; annientare, vincere

etimo incerto. Secondo alcuni dal latino tardo st latta 'barca' (da cui pensano sia anche 'chiatta'), attraverso la voce ipotetica extlatterare 'appiattire come una chiatta'; secondo altri, di origine espressiva.

Se la nebbia fitta in cui gli studiosi hanno ricercato, scontrandosi, l'etimo dello schiacciare non ci concede il piacere di una risposta definitiva (anche se il riferimento alla chiatta è simpatico), la ricchezza di sfumature del termine ci riempie comunque il piatto.

Lo schiacciare descrive un premere che ha degli effetti particolari (in sé il premere, il pigiare sono piuttosto neutri). Deforma, appiattisce, rompe. Se schiaccio le candeline sulla torta faccio un pastrocchio infame, e chi è festeggiato soffierà nella lingua di Menelicche senza contentezza; nel mortaio schiaccio le foglie di basilico con cristalli di sale grosso (lo schiacciare è un fratello del pestare, forse descrive un movimento più morbido, meno violento e impulsivo, per quanto forte); e a pelo col mattone, non avendo presente di avere la retro inserita, schiaccio il paraurti conto il muretto.

Ecco: nello schiacciare, il premere (che qui deforma appiattisce rompe) come ogni altro premere tocca dapprima con delicatezza, e poi prosegue inesorabile. Per controesempio, la martellata non schiaccia, schianta, spappola. Anche se popolarmente, senza che calzi troppo su questo carattere, si parla del tizio schiacciato dalla macchina, di Wile Coyote schiacciato dal masso. Usi lontani dallo schiacciasassi.

Così anche quando siamo schiacciati dal peso del lavoro (si è assommato delicatamente sulle spalle, dovere su dovere), quando l'imprenditore si trova schiacciato dai debiti (non sono crollati fra capo e collo, si sono appoggiati sul bilancio), quando si hanno in mano prove schiaccianti (non sono un asso di briscola da sbattere sul tavolo, ma sostengono la tesi con forza incontrastabile), lo schiacciare pigia e deforma, ma, in un certo modo, piano.


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I. Nievo, Le confessioni di un italiano, cap. III


“Capperi! è un sito nuovo! – dissi fra me […] – Andiamo un po' innanzi a vedere!” […] Mi ricorderò sempre […] lo sbigottimento di maraviglia che ne ricevetti. […] L'occhio mio non poteva indovinar cosa fosse quello spazio infinito d'azzurro, che mi pareva un pezzo di cielo caduto e schiacciatosi in terra. [….] E debbo anche confessare che l’animo mio, sbattuto poscia dalle maggiori tempeste, si rifugiò sovente nella memoria fanciullesca di quel momento per avere un barlume di speranze.


Le Confessioni sono il romanzo di una crescita, o meglio di due. Carletto, il protagonista, procede per varie peripezie dall’infanzia alla vecchiaia, maturando pian piano; ma sullo sfondo è l’Italia stessa che cresce. All’inizio vive, come Carletto, di sentimenti confusi, poi acquista una coscienza nazionale sempre più definita. Siamo ormai alle porte del 1848.

Questo brano descrive una delle prime avventure di Carletto ancora fanciullo: la scoperta del mare. E il linguaggio è quello impreciso e ingenuo dei bambini, per cui il mare diventa un pezzo di cielo schiacciato in terra, come una gigantesca frittata.

D’altra parte gli occhi del bambino sono capaci d’una meraviglia che i grandi spesso non possiedono. La bellezza del mare risplende così come un miracolo, come se il cielo fosse veramente venuto a visitare la terra.

Non solo: proprio quella meraviglia contiene in nuce gli ideali e le speranze a cui Carletto guarderà per tutta la vita. In questo istante – spiega poche righe dopo – ha avuto il presentimento di una «superiore armonia»: nella bellezza ha visto una manifestazione del Divino, e una promessa di felicità individuale e collettiva.

Certo, per il Carletto bambino questi sono ancora «sentimenti mal definiti», che però col tempo «diverranno idee»: sono «sentimenti poetici, ma di quella poesia che vive, e s’incarna [….] nella storia.»

Che cosa significa, allora, crescere? Certo non vuol dire solo correggere credenze errate, né convertire l’ingenuità in disincanto. Forse significa dare un nome ai pensieri che il cuore formula senza capirli. Forse la vera maturità consiste nel guardare il mondo con la sensibilità dei bambini e la profondità dei grandi.

Mi viene in mente il brano di un autore uruguayano, Galeano, che nonostante la distanza è curiosamente vicino a quello di Nievo: «E fu tanta l’immensità del mare, e tanto il suo fulgore, che il bimbo restò muto di bellezza. E quando alla fine riuscì a parlare, tremando, balbettando, chiese a suo padre: “Aiutami a guardare!”»

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 06 Agosto 2018

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