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Similitudine

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si-mi-li-tù-di-ne

SignFigura retorica di paragone che consiste nel confronto tra due cose che condividono una o più caratteristiche; la similitudine fa uso di avverbi per rendere esplicito il paragone

dal latino similitudo ‘somiglianza’, e in ambito retorico ‘similitudine’.

Similitudo est oratio traducens ad rem quampiam aliquid ex re dispari simile: ‘la similitudo è quel modo di parlare che trasporta a una cosa un qualcosa di simile da una cosa diversa’. A parte le scuse che vi devo per lo scioglilingua che ho inavvertitamente creato nella traduzione di questa definizione proposta nella Rhetorica ad Herennium, il più antico trattato di retorica a noi pervenuto, il resto è chiaro: la similitudine è un paragone che viene instaurato tra due cose che hanno, ovviamente, delle caratteristiche in comune. L’altro modo per fare un paragone è quello della comparazione, ma a differenza della similitudine, la comparazione è reversibile. Posso dire, per esempio, che la nebbia è così fitta da tagliarsi come il burro, ma non Posso mica dire che il burro è così fitto da tagliarsi come se fosse nebbia; al contrario, Posso dire che il mio gatto pesa quanto un neonato, e ugualmente Posso dire che un neonato pesa quanto il mio gatto. Rispettivamente similitudine (non reversibile) e comparazione (reversibile).

Le similitudini sono rese esplicite dall’uso di espressioni quali ‘come’, ‘sembra’, ‘così … come’, tale … quale’ e via dicendo; ed ecco quella che viene solitamente indicata come distinzione rispetto alla metafora: mentre la similitudine paragona due cose per mettere in evidenza una somiglianza tra esse, la metafora le identifica l’una con l’altra, così che la caratteristica di una cosa sia allo stesso tempo caratteristica dell’altra (ed è da ciò che deriva la scolastica definizione di metafora come similitudine abbreviata).

«Quante il villan ch’al poggio si riposa, / […] / vede lucciole giù per la vallea, / […] / di tante fiamme tutta risplendea / l’ottava bolgia […]». questa è la magica similitudine che Dante propone, nel canto XXVI dell’Inferno, per descrivere la vista che ha dei dannati nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, quella dei consiglieri fraudolenti dove viene punito Ulisse. ‘Quante sono le lucciole che vede il contadino che si riposa al poggio […], così tante erano le fiamme per via delle quali risplendeva l’ottava bolgia […]’. La similitudine è complessa, intricata, ricca di circonlocuzioni (nei punti che ho omesso per chiarezza), ma riesce perfettamente a creare quel paragone che Dante andava cercando: grazie all’accostamento di un’immagine nota più o meno a tutti (quella delle lucciole che, di sera, brillano in gran numero nella lontananza dei campi), il pellegrino ci mostra, con la precisione di un pittore, le fiamme dei suoi dannati infernali.

Grazie alla similitudine possiamo dire che il sorriso di nostra mamma è fiorito come la Primavera; possiamo dire che le parole dei nostri amici sono calde come un tè caldo quando piove; possiamo dire che, come linfa, queste figure retoriche scorrono tra le nostre parole e le nutrono, e che, come sole, le fanno sbocciare.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 29 Giugno 2018

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