Tsunami

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tsu-nà-mi

SignOnda anomala

voce giapponese, composta da tsu (津), che si traduce porto, e nami (波), che significa maroso, grande onda. Lo tsunami è un maroso al porto: non danneggia navi e barche in alto mare, ma attacca il porto. In kanji si scrive 津波.

In Giappone la parola fu scritta per la prima volta nel 1611 nella descrizione sul terremoto del Sanriku, avvenuto nello stesso anno.

La parola fu conosciuta in Occidente anche grazie allo scrittore Lafcadio Hearn: la scrisse nella sua opera "A Living God". E poi è diventata famosa per via dei molti terremoti nell'Oceano Pacifico.

Vi voglio raccontare la mia esperienza sul terremoto e tsunami del Tōhoku del 2011: quando è accaduto, ero in Italia e non avevo capito cosa era successo in Giappone. Tutto era in disordine. Un po' dopo, quando ho visto la prima immagine dal Giappone, sono stato atterrito. Ha superato di molto la mia immaginazione, anzi le immaginazioni di tutti.

A quel tempo, ci aiutava tanta gente in tutto il mondo. Donavano tanti soldi, mandavano tanti soccorsi, e pregavano per Giappone. Come ho detto, ero a Firenze quando il terremoto del Tōhoku è accaduto. Per ottenere l'informazione sono andato a comprare un giornale. Allora un commesso mi ha detto, "È catastrofe. Tua famiglia? Prego per il bene." Tutti ci incoraggiavano. Vorrei dirvi "grazie" come rappresentante di tutti i Giapponesi sebbene non abbia parole per ringraziarvi abbastanza bene. Grazie!

Ma ancora ci sono mille problemi nella zona sinistrata nonostante circa 3 anni siano passati dal terremoto. Non dobbiamo dimenticarlo.

Tsunami è un fenomeno naturale. È impossibile trattenerlo. Però riusciremo a prendere provvedimenti contro i danni futuri. Dovremo pensare cosa potremo fare: è il nostro compito d'ora in avanti come popolo di un paese sinistrato.

La globalizzazione ci ha reso consueta questa terribile parola, che fino a pochi decenni fa era relegata nelle descrizioni specialistiche dei terremoti orientali e oggi è invece usata con larghezza, anche in senso figurato.

C'è chi si scaglia contro l'uso di una parola straniera quando potremmo usare sinonimi italiani, come "maremoto". Ma l'uso di una parola propria di una lingua lontana, per descrivere fenomeni del genere, è invece estremamente fertile: ci dà la dimensione tangibile del fatto che tutto il mondo è paese, che le nostre tragedie sono tragedie note a tutti i popoli umani (le parole di Haruki non sembrano quelle di un Abruzzese o di un Emiliano?). Davanti alla titanica e indifferente distruzione dei terremoti e degli tsunami la nostra specie intera acquista il profilo della ginestra di Leopardi, che affronta con tenacia il deserto del vulcano, conscia dell'indomabile forza della terra ma a sua volta forte di un'indomabile solidarietà. E magari, rispetto ai tempi di Leopardi, anche di qualche rimedio tecnologico per l'edilizia. Magari da implementare.

Insieme ad Haruki Ishida, giovane dottore in Lingua e Letteratura italiana dell'Università di Kyoto, un giovedì ogni due vi proponiamo una parola giapponese diventata consueta anche agli Italiani, cercando di tracciarne l'origine e il modo in cui vive nelle nostre culture. Il testo in corsivo è opera sua.

Parola pubblicata il 09 Gennaio 2014

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