Conclamato

con-cla-mà-to

Chiaro, evidente, riconosciuto

propriamente, participio passato di conclamare, voce dotta recuperata dal latino conclamare, derivato di clamare 'gridare', con prefisso cum- 'con-'.

Questo aggettivo ci permette di prendere da un'angolazione particolarmente efficace il concetto del chiaro, dell'evidente, del riconosciuto.

Nessun riferimento alla vista, che pure, anche metaforicamente, su questa sfera di significati è così ricorrente: il conclamare ci parla di un suono perché è propriamente un 'gridare insieme' (con questo senso proprio è recuperato all'italiano nel XIV secolo). E per estensione anche un dichiarare solennemente, in una dimensione pubblica e condivisa. Il conclamato è cristallino perché riconosciuto a gran voce e testimoniato — e questo ci fa intendere anche la graziosa relatività del conclamato, che non pretende verità assolute, ma piuttosto racconta convergenze convinte, entusiaste.

Peraltro anche questa volta dobbiamo notare il pregio del prefisso con-, che apre le porte di significati poderosi: affermare che descrive un 'insieme' è riduttivo. Non racconta solo l'insieme del gruppo: il con- blinda la parola nell'insieme di una situazione, di cui il gruppo è parte. Il conclamato è gridato insieme da una moltitudine, ma non astrattamente: la moltitudine converge su un'approvazione, c'è una situazione in cui una moltitudine riconosce. Così, se parlo di un problema conclamato su cui nessuno ha ancora però in programma di intervenire, di un'emergenza sanitaria che dopo temporeggiamenti e minimizzazioni è ormai conclamata, dello scopo conclamato della negoziazione in cui tutti giocano a carte scoperte, o del caso conclamato di influenza aviaria, sto usando un termine che ha questo potere specifico: evocare la situazione di un'acclamazione (anche figurata) di una certa verità. E non è un potere dappoco, perché i riferimenti visivi non vibrano così tanto.

Parola pubblicata il 08 Settembre 2019

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