Dignità

di-gni-tà

Considerazione di nobiltà; compostezza, decoro; alto ufficio, carica; assioma

dal latino: dignitas, derivato di dignus degno, meritevole.

Come accade a tutti i concetti primi e fondamentali, la dignità è tanto pronunciata, ma poco sondata nella sua quintessenza.

Il latino [dignus] è un ricalco del greco [axios] che vuol dire a un tempo degno e assioma. Questo è un punto fondamentale.

Da quel che forse sapremo di matematica o di filosofia, l'assioma è un'asserzione, una verità evidente ed implicita, che prescinde da dimostrazioni: tale è la dignità.

Un valore intrinseco ed umile che scaturisce dall'essere umani, uno status ontologico che non dipende da alcuna scelta, azione, da nessun'altra qualità. La dignità è l'intima, indimostrabile nobiltà dell'uomo, l'intima, indimostrabile nobiltà di ogni essere (animale, pianta, roccia), pilastro postulato su cui si fonda l'intera costruzione del formidabile castello dei diritti civili, della vita civile, della cultura civile - della civiltà.

Nel momento in cui venisse meno questa idea di dignità (come per lungo tempo è stato e come ancora in troppi luoghi è), e ci si discostasse, ad esempio, dall'idea tanto assurda quanto necessaria che Hitler e Schindler abbiano la medesima dignità umana, ontologica, acquistata con l'esser nati da un grembo di donna, adamantina, impossibile da scalfire o migliorare - sia pure con le azioni umanamente più immonde o pure - la nostra società precipiterebbe in un baratro di caste impermeabili, di discriminazione cieca, arbitraria, schiantandosi sul fondo di un abisso faticosamente scalato in cinquemila anni di storia.

In effetti, quando si parla di dignità si tratta di una guglia di valore più che di un pilastro fondativo, da asserire con fermezza, forse, non perché esiste, ma perché esista.

E questa parola, nei suoi altri significati di decoro e di istituzione, ammantata di severità e onore, mantiene sì un certo peso, ma però perde questo suo vertiginoso significato.

Parola pubblicata il 11 Maggio 2012

Commenti