Fevelâ

Dialetti e lingue d'Italia

fe-ve-lâ

Significato Varietà linguistica: friulano — Parlare

Etimologia dal latino fabulare.

  • «Fevelâ e pensâ a son la stesse robe» 'parlare e pensare sono la stessa cosa' (frase in friulano)

Inizio confessando la mia ignoranza. Non ho mai capito esattamente perché la parola che abbiamo ereditato dal latino è straordinariamente costante in tutto l’area romanza per certi concetti, mentre per altri c’è un’enorme variazione. E credo d’essere in buona compagnia anche tra altri studiosi di ben altro valore del mio, perché non ho ancora trovato risposte soddisfacenti. Si pensi a ‘mano’, ‘pane’, ‘culo’… da Siviglia a Barcellona a Parigi a Bucarest, passando per Orgosolo, Firenze, Udine e Palermo… ovunque si dice ‘mano’, ‘pane’, ‘culo’. Sto ovviamente parlando di tipi lessicali, e sto trascurando le differenze fonetiche per così dire superficiali che hanno modificato, ma non abbastanza da renderle irriconoscibili al linguista, queste forme.

Invece, e ribadisco il mio ‘chissà perché’, per concetti altrettanto basilari e universali, come per esempio quello di ‘parola’ e ‘parlare’ la situazione è del tutto diversa, e i tipi concorrenti sono molteplici.

I linguisti fanno da sempre, e continuano a farlo ora con l’intelligenza artificiale in modo forse promettente, dei tentativi, che vorrebbero essere oggettivi, per misurare la distanza tra le lingue. Distanza sincronica, cioè ‘quanto sono diverse le lingue una dall’altra oggi?’, e distanza diacronica, cioè ‘le lingue che ora sono diverse derivano da qualche lingua più antica un tempo unitaria?’. Il tutto al di là del puro impressionismo empirico ‘quelli hanno una lingua diversa, non si capisce nulla quando parlano’, o del caso fortunato (e uno dei pochi al mondo) della derivazione, tutto sommato ben nota, delle lingue romanze dal latino. Bene, uno dei tentativi di stabilire un criterio di misurazione fu fatto da Morris Swadesh, negli anni '40 del '900. Cito la benemerita Wikipedia “la lista di Swadesh è un elenco di parole il più indipendenti possibile dall’ambiente e dalla cultura, come le parti del corpo, i primi numeri, le grandezze («grande», «piccolo»), alcuni verbi basilari («mangiare», «bere»), etc. … creata con l’intento di valutare la distanza linguistica”. Noto ora, con sorpresa, che non c’è ‘parlare’… incredibile, che non si sia accorto anche Swadesh che ognuno diceva davvero a modo suo? Ma c'è a buon diritto (e di questo abbiamo già parlato) pidocchio.

Per il concetto base di ‘esprimere pensieri tramite le parole’ in friulano si usa fevelâ, dove si riconosce chiaramente l’etimo ‘fabulare’ (che in italiano non ha séguiti diretti, ma il tipo lessicale si ritrova in fiaba e favola), che ha la stessa etimologia dello spagnolo hablar (col passaggio della f- iniziale a h-, poi diventata muta, tipico del castigliano), del portoghese falar e del sardo faeddare (dove però si vede un ‘fabellare’, leggermente diverso da ‘fabulare’). Si dice dscórar, pronunciato quasi g-corar con /g-/ di ‘giallo’, in Emilia-Romagna (‘discorrere’), rujené (‘ragionare’), in certe valli ladine, e baié (‘abbaiare’) in altre, chistionai (‘questionare’) in alcune zone della Sardegna, allegai (‘allegare’) in altre, e chissà quante ne dimentico. Per completezza, vediamo anche il romeno dove a vorbi ha fatto credere di essere di fronte a uno dei pochi esiti patrimoniali del latino verbum: ma niente, è uno slavismo da una forma che pare voglia dire ‘far confusione’. E ovviamente c’è il tipo dominante par(abo)lare (in italiano e moltissimi dialetti italiani, col francese parler l’occitano parlar). Notate bene, sto limitandomi al neutrissimo ‘parlare’, perché se ci si avventura in ‘chiacchierare’, la situazione diventa esplosiva.

Il latino diceva loqui, e ci saremmo potuti aspettare loquere o simili nelle lingue romanze, ma non ce n'è traccia alcuna). Ma insomma, che bisogno c’bisogno di usare, invece, sempre metafore, più o meno ardite? Par(abo)lare: raccontare storie, dis-correre, favolare: raccontare favole, sollevare questioni, addirittura ‘abbaiare’ e ‘fare confusione’. Ma perché?

La linguistica deve fermarsi qui e dire ‘è andata così, non siamo in grado di spiegarlo se non in modo del tutto aneddotico’. Ma UPAG ci permette di uscire dalla linguistica, e d'immaginare un mondo in cui parecchia gente doveva parlare a vanvera, e fare un sacco di questioni e di discorsi, non meno di oggi; oppure un mondo in cui, davvero, come dice Chomsky, il parlare è un effetto (desiderato) ma altamente imperfetto della facoltà linguistica: quel che conta è il meccanismo computazionale che sta dentro la testa, e quando viene esternalizzato, quando cioè si parla, essenzialmente si fa per raccontare storie (o per fare casino), e non per comunicare… cosa che si potrebbe fare benissimo senza parlare.

Parola pubblicata il 06 Aprile 2026 • di Carlo Zoli

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.