Perlocutorio

per-lo-cu-tò-rio

Significato In linguistica e filosofia del linguaggio, relativo agli effetti che un atto linguistico produce sui pensieri, sui sentimenti o sulle azioni di chi ascolta, di chi parla o di altre persone

Etimologia derivato di locutorio con prefisso per-, sul modello dell’inglese perlocutionary.

  • «Volevo soltanto avvertirlo che la strada era gelata; l’effetto perlocutorio, però, fu di convincerlo a rinunciare del tutto al viaggio.»

Diciamo una frase e, per qualche istante, essa non è più nostra. Entra nell’orecchio di un’altra persona, incontra aspettative che non conosciamo, suscita un pensiero, trattiene una mano, guasta un pomeriggio. Possiamo scegliere le parole con cura; non possiamo scegliere con la stessa precisione ciò che faranno. Perlocutorio è l’aggettivo che nomina proprio questa seconda vita del dire: non il significato depositato nella frase, né l’azione convenzionale compiuta pronunciandola, ma l’effetto che essa riesce a produrre.

È una parola giovane in italiano. Il Nuovo De Mauro la data al 1974 e la spiega come derivato di locutorio con per-, modellato sull’inglese perlocutionary. Alle spalle c’è il latino loqui, ‘parlare’, la stessa sorgente di locuzione, eloquio e colloquio. Qui per- si lascia intendere nel suo valore di attraversamento e di mezzo: persuado, commuovo o irrito per mezzo del parlare. Non è un’etimologia nata spontaneamente nella storia popolare della lingua, ma una costruzione tecnica; e tuttavia possiede l’immediatezza di una piccola freccia, dalle parole alle loro conseguenze.

La distinzione fu elaborata dal filosofo inglese John L. Austin nelle lezioni tenute a Harvard nel 1955 e raccolte postume, nel 1962, in How to Do Things with Words. Austin osservava che parlare è un’attività e che uno stesso enunciato può essere descritto contemporaneamente su piani diversi. Prendiamo «Il cancello è aperto». Sul piano locutorio, qualcuno ha pronunciato una frase italiana dotata di senso e riferimento. Sul piano illocutorio, secondo la situazione, può aver informato, avvertito, rimproverato o invitato qualcuno a chiuderlo. Sul piano perlocutorio, quella frase può aver fatto alzare un ospite, spaventato il proprietario del cane o convinto un bambino a uscire in giardino.

La tripartizione sembra scolastica finché non ci accorgiamo che separa cose che nella vita confondiamo di continuo. Dire «Ti prometto che verrò» è compiere, in condizioni appropriate, l’atto illocutorio di promettere: l’impegno nasce dal significato riconosciuto della formula e dalle convenzioni che la sorreggono. Rassicurare l’interlocutore è invece un possibile risultato perlocutorio. Posso promettere perfettamente e non rassicurare nessuno; posso perfino accrescere la diffidenza proprio perché ho già fatto troppe promesse. L’atto linguistico riesce su un piano e fallisce, o si rovescia, sull’altro.

Per questo alcuni verbi guardano alla forza del dire e altri al suo approdo. Avvertire, ordinare, chiedere, promettere descrivono in primo luogo atti illocutori: ciò che il parlante fa nel dire qualcosa. Convincere, persuadere, impaurire, divertire descrivono tipicamente risultati perlocutori: ciò che il parlante fa per mezzo di ciò che ha detto. Posso avvertirti senza riuscire a spaventarti, argomentare senza convincerti, chiederti di restare e indurti invece ad andartene. Non posso, allo stesso modo, dire di averti persuaso se sei rimasto della tua opinione: la persuasione si misura nell’effetto, non soltanto nel tentativo. Anche un effetto non voluto appartiene, dunque, alla storia perlocutoria dell’enunciato.

Questo spiega una delle frasi più comuni dopo un litigio: «Non era mia intenzione». Può essere vera e, nello stesso tempo, insufficiente. Sul piano delle intenzioni il parlante si difende; sul piano perlocutorio l’interlocutore registra ciò che le parole hanno fatto. La distinzione non stabilisce automaticamente chi abbia ragione, perché gli effetti dipendono anche dal contesto e dall’interpretazione.

La dimensione perlocutoria diventa particolarmente visibile nella retorica, nella pubblicità e nel discorso politico. Un messaggio non viene progettato soltanto perché sia grammaticalmente corretto o perché realizzi l’atto di affermare, promettere, accusare. Viene calibrato per far ricordare un nome, suscitare fiducia, produrre timore, spingere a scegliere. Qui il successo non coincide con la verità dell’enunciato e nemmeno con la chiarezza dell’intenzione comunicativa: coincide con un cambiamento nell’uditorio. La parola tecnica ci aiuta così a porre una domanda molto concreta davanti a ogni discorso persuasivo: non soltanto «che cosa dice?» e «che cosa fa dicendolo?», ma «che cosa cerca di far fare a me?».

Nella conversazione quotidiana, però, il perlocutorio non è necessariamente manipolatorio. Una storia fa ridere, una spiegazione scioglie un dubbio, una frase detta al momento giusto restituisce coraggio. Persino il silenzio successivo può essere un indizio dell’effetto, benché non ci dica da solo quale effetto sia. La perlocuzione è il punto in cui il linguaggio incontra la singolarità di chi ascolta: la stessa notizia solleva qualcuno e abbatte qualcun altro; la stessa ironia crea complicità in un gruppo ed esclusione in un altro.

Perlocutorio ci consegna, in definitiva, una sobria etica della parola. Non ci rende onnipotenti, perché nessun parlante governa interamente le reazioni altrui; e non ci rende irresponsabili, perché l’assenza di intenzione non cancella le conseguenze. Fra il proposito e l’effetto rimane uno spazio che possiamo soltanto osservare, correggere, negoziare. È là che una frase smette di essere soltanto ben detta e comincia, nel bene o nel male, a fare qualcosa nel mondo.

Parola pubblicata il 29 Ottobre 2026 • di Greta Mazzaggio