Ramengo

ra-mèn-go

Rovina, malora

forma dialettale per ramingo, in particolare propria dei dialetti veneti; derivato dall'antico provenzale ramenc, detto di uccello che vive sui rami, e poi che si sposta di ramo in ramo.

Il vagabondo non ha mai goduto di una buona luce, e nonostante il ramingo, che denota il medesimo concetto, possa contare su una certa grazia poetica, è proprio questa parola ad aver generato la prospettiva estrema e pessima del vivere errabondo: il ramengo.

Semplicemente il ramengo è la rovina, la malora, e viene impiegato comunemente in espressioni quali "andare a ramengo" o "mandare a ramengo". Ad esempio, un bene amministrato in maniera sconclusionata, un progetto costruito su basi incerte, un proposito coltivato con incostanza sono buone premesse per far finire tutto a ramengo: qualcosa di valore - concreto o ideale - che va in malora per via di un'attitudine ondivaga, o più in generale per qualche problema.

Rispetto alla rovina e alla malora, il ramengo riesce ad essere più delicato e compassato: parlare di rovina può suonare epico, parlare di malora può suonare patetico, mentre parlare di ramengo - anche per il tono rustico conferito dalla forma dialettale - implica quasi un eufemismo, piacevole metafora ben colorita e mai esagerata.

Parola pubblicata il 10 Marzo 2014

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