Raptus

ràp-tus

Atto improvviso, incontrollabile e spesso violento; ispirazione travolgente

dal latino raptus 'rapimento', derivato di ràpere 'rapire'.

Latinismo moderno (attestato nel 1900 nelle Lezioni di medicina legale di Lombroso) e termine piuttosto delicato.

Siamo abituati a trovarlo e sentirlo in analisi diffuse dai media sulla psicologia di ceti atti, specie di sangue. Ci si profila come un empito di violenza rivolto verso altri o verso di sé, acceso improvvisamente da una ragione non immediata: etimologicamente un rapimento, quasi che il corpo di chi è preda del raptus fosse invasato e strappato alla sua mente, per essere mosso misteriosamente da forze profonde e difficilmente perscrutabili.

Va però notato che usare questa parola spesso significa rinunciare a cercare analiticamente ragioni più articolate e profonde da cui scaturiscono gli atti che descrive: il fatto che un atto sia improvviso non significa che sia estemporaneo. Perché un vulcano erutti molto si deve muovere per molto tempo; ma sicuramente è una parola comoda, che permette di non sbilanciarsi, di costernarsi nel dolore senza sporgersi in certi abissi sconvenienti, senza sondare i percorsi carsici che riescono nella violenza.

Ciò non toglie che possa anche essere una parola con un bel mordente: ironicamente o poeticamente rimane una risorsa innocua e comunicativa. Possiamo raccontare con la testa fra le mani del raptus che ci ha portato a finire la nutella, tornati a casa troviamo nostra moglie nel pieno di un raptus cosmetico che rimbianca i soffitti, e dopo aver a lungo traccheggiato, ecco che un felice raptus ci fa finire d'un fiato il lavoro.

Parola pubblicata il 05 Settembre 2017

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