Scomparire

scom-pa-rì-re (io scom-pà-io)

Significato Sottrarsi alla vista, non essere più visibile; estinguersi, finire; morire; fare cattiva figura, non spiccare

Etimologia da comparire, con prefisso negativo s-; quello è dal latino comparere, derivato di parere ‘apparire’, con prefisso co(n-).

  • «Il Diamante del Granduca è... è... scomparso!»

Sarebbe una parola molto semplice, senza insidie: la somma di prefissi incardinata sul tema del parere latino (per noi un ‘apparire’) con due pennellate da far invida ai calligrafi orientali disegna tutto ciò che serve. Però certe foghe linguistiche arrivano alle storture più impensate.

Scomparire deriva da ‘comparire’ con aggiunta del prefisso negativo s- — e siamo davanti a un ribaltamento geometrico senza sorprese. Il comparire scaturisce dal comparere che troviamo già in latino: si nota benissimo che il co(n)- non è meramente un ‘insieme’, ma colloca l’azione, l’evento, nella complessità circostanziata di una situazione, in cui qualcuno o qualcosa, appunto, compare.

Lo scomparire si attaglia a chi o a ciò che c’era, presente, e che poi, d’improvviso o a mano a mano, viene meno dal contesto. Sentiamo che premura descrittiva abbia in più rispetto allo ‘sparire’ — più sorprendente, secco, spicciolo, adatto a quando sparisce una persona nella folla, sparisce un documento dalla scrivania o sparisce un brufolo.

Con lo scomparire possiamo parlare di come i cervi siano scomparsi da una certa area; delle stelle scomparse dietro alla nuvolaglia che si è addensata; di come da una nuova edizione siano scomparsi tutti i riferimenti all’opera di un certo critico; di un certo prodotto d’artigianato che ormai va scomparendo.
Non ha quella materialità del ‘dissolversi’ e dello ‘svanire’ — nello scomparire non si apprezza tanto il corpo che sotto la nostra attenzione si sperde: lo scomparire avviene di più fuori dal campo dei nostri sensi, in un attimo o un decennio di distrazione. Non ha nemmeno tutta l’intenzione dell’andarsene, del dileguarsi, dell’eclissarsi o dello svignarsela.

Questo si nota in maniera peculiare quando lo scomparire è un far misera figura, mancare di risalto. Se con una battutaccia durante il pranzo di lavoro faccio scomparire il collega, se i tuoi risultati brillanti fanno scomparire i miei, se la splendida opera, esposta in una posizione infelice, scompare, ecco che una presenza, per vergogna o svalutazione, si spenge silenziosamente al margine.
Arriviamo al problema.

Il problema è che ‘scomparire’ è anche un eufemismo per ‘morire’. Ma (a meno di non essere dei cattivi dei videogiochi, che cadono, si fanno traslucidi e puff) morire è tutt’altro che scomparire; è un genere di assenza che investe soltanto alcuni aspetti della presenza, della persistenza — che anzi la morte riesce perfino a strutturare, a esaltare, a esacerbare, come dicevamo ragionando dell’asparizione di Caproni.

La persona scomparsa più propriamente non si sa dov’è — questo è un senso concreto e urgente dello scomparire: così si fanno partire delle ricerche, o ci si strugge. Invece le possibilità di scomparire del caro estinto, sul breve tempo, sono solitamente piuttosto magre — non è più scattante e imprevedibile come una volta. È un velo eufemistico ed esagerato, lo scomparire, che finisce per coprire anche ciò che non ha ragione d’essere coperto: naturale aver paura della morte, meno necessario aver paura di usarne il nome, specie se il prezzo è dire che una persona morte scompare, come la nebbia sui campi al montare del mattino. I morti restano in mille modi.

Parola pubblicata il 06 Febbraio 2026 • di Giorgio Moretti