Margine

màr-gi-ne

Significato Parte estrema di una superficie; spazio bianco ai lati del foglio; spazio disponibile

Etimologia voce dotta recuperata dal latino margo ‘bordo, orlo, confine’, di origine indoeuropea.

È una parola che riconosciamo come importante — comune e significativa — e però pare piuttosto dimessa. Specie se guardiamo la levatura delle altre parole della sua famiglia.

In effetti siamo proprio davanti a una grande famiglia; come capostipite abbiamo una radice indoeuropea che si può ricostruire ipoteticamente come merg-, col significato di ‘confine’. Un significato che praticamente in tutte le lingue di questa famiglia, fra quelle che le hanno dato seguito, è stato letto come ‘confine territoriale’, ‘limite di una regione’.

Lo troviamo nell’antico irlandese mruig, ‘terra’, ‘paese di frontiera’, lo troviamo — a una certa distanza, nevvero? — nel persiano marz ‘regione’. Anzi i marzban persiani, comandanti protettori dei confini dell’impero Sasanide (che cadde definitivamente con l’espansione del Califfato islamico nel VII secolo), mostrano un titolo del tutto omogeneo, nel senso, a quello dei marchesi nostrani, dei margravi germanici, signori delle marche — una nobiltà con responsabilità e potere di frontiera. Di qui, anche in italiano, si leva la ramificazione di parole nate dal germanico ricostruito marka, da cui fra l’altro il marchio e il marcare.

Il margine invece ha un tono decisamente meno geopolitico (per usare una parola molto di moda), ed è meno estroverso. Il margine è domestico: lo troviamo nelle pezze di stoffa, nelle pagine dei libri — perfino nei documenti digitali. È rimasto più strettamente un bordo: è la fine di una superficie, al di là non c'è qualcosa che continua uguale, non è come al di là della marca, che ci sono i regni vicini e ostili. Il margine non è schiacciato contro un esterno, anzi: è un luogo che ha, che dà spazio rispetto a un interno compatto, che funziona in un certo modo. Gli attrezzi si lasciano al margine del campo, la spazzatura si fa ritirare al margine della strada, scrivo un appunto a margine.

Tutto questo lo vediamo particolarmente bene negli usi figurati del margine: se chiediamo se c'è un margine di tempo sufficiente, se abbiamo un ampio margine per decidere in autonomia, se abbiamo margine di spesa, allora abbiamo la tranquillità di un bordo largo disponibile, che non occupa il cuore del vivagno.

Anche il margine sociale non è un confine con qualcosa che sta al di là. È una periferia, si trova solo in quell’intorno sociale che non è già quasi più società, così come i margini della pagina non sono praticamente pagina scritta, così come il margine del tessuto tende a sfilacciarsi. È uno spazio — come anche il margine della legalità — in cui una superficie figurata, nel suo orlo estremo, non conserva la sua piena funzione: lì, in quella penombra, tante cose e tante persone si possono lasciar andare.

Anche se la famiglia è la stessa, serve una grande saggezza per distinguere ciò che è da considerare margine da ciò che è da considerare marca — ciò che sta in un bordo di comporto lontano dal centro dell’interesse da ciò che sta sulla frontiera, dove molto accade e si decide.

Parola pubblicata il 24 Marzo 2022