Turpe

tùr-pe

Moralmente vergognoso, abietto; brutto, deforme

voce dotta recuperata dal latino turpis 'ripugnante, vergognoso', di etimo oscuro.

Osservando il turpis latino possiamo apprezzare la progressione di significati più classica e grossolana del mondo: dal fisicamente brutto al moralmente brutto (anche se da dove salti fuori questo turpis nessuno lo sa dire). Comunque in italiano questo termine (recuperato dal latino nel Trecento) è da sempre incentrato sulla dimensione morale.

Infatti se diciamo che l'amica si accompagna con un tipo turpe, non lo stiamo dipingendo come deforme e ripugnante a vedersi, quanto come un tipo che fa discorsi sordidamente sconci, che ha comportamenti riprovevoli. Figuriamoci, 'turpe' nel senso di fisicamente brutto nella nostra lingua viene registrato solo nel tardo Ottocento, e il ramo più vivo di questo significato lo conserviamo piuttosto nel 'deturpare', che è proprio un rovinare, uno storpiare qualcosa che aveva la sua bella armonia — come l'edificio che deturpa il paesaggio e il vandalo che deturpa il quadro.

È quindi turpe chi o ciò che è moralmente vergognoso, ed è il termine che fa per noi quando non vogliamo ricorrere allo scandalo dell'osceno, dello sconcio o dell'indecente ma nemmeno spingerci all'abietto — più penetrante perché non descrive una bruttura, ma chi o ciò che, per i suoi caratteri spregevoli, può solo essere esiliato. Insomma, col turpe c'è un confronto, e forse suscita riprovazione schietta più che indignazione.

Allora sono turpi i figuri che scaricano l'immondizia nei cespugli al bordo della strada, è turpe l'indifferenza dei passanti a una situazione di bisogno, ed è ovviamente turpe chi gratta il formaggio sulla ribollita. Oltretutto, alla gravità dei significati (che la inclina volentieri all'iperbole scherzosa) dà corpo il registro, che è ricercato senza essere affettato, e il suono cupo e deciso. Una gran risorsa.

Parola pubblicata il 02 Ottobre 2019

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