Zonzo

zón-zo

Solo nella locuzione 'a zonzo', a spasso, in giro, senza una meta

probabilmente, voce onomatopeica.

Siamo davanti a una delle manifestazioni più affascinanti della lingua: un sostantivo morto imprigionato nell'ambra di una locuzione avverbiale. Lo 'zonzo' non è mai stato registrato fuori da espressioni come andare a zonzo, mandare a zonzo, girare, passare, stare a zonzo - mai, da quando è emerso nel Quattrocento in poi.

La sua origine è con tutta probabilità onomatopeica, ed è un'onomatopea di una perfezione rara. Ci evoca l'andare senza costrutto dell'insetto ronzante con una tale precisione che ci rende perfino l'effetto doppler di quando ci si avvicina e ci supera, ci si riavvicina e ci risupera - insomma, la vibrazione della zeta che si allarga nella o potrebbe essere il suono di un motorino che arriva e passa oltre.

Il suo tono è familiare, e a ben vedere questo andare a spasso, in giro, senza uno scopo esatto, è giudicato attraverso la lente tradizionale dell'operosità domestica. Quando parliamo di un andare a zonzo, anche se lo facciamo col cuore più leggero e smaliziato, evochiamo quasi automaticamente (e volentieri con soddisfazione ironica) questo laborioso convitato di pietra. Non si deve essere grossolani e dire che l'andare a zonzo ha un carattere negativo: piuttosto si può dire che l'andare a zonzo ha il lusso della trasgressione, magari non sempre vispa, del perdere tempo in maniera sconveniente. Da turista, se non mi prendo una giornata per girare a zonzo mi sembra di non aver nemmeno visitato la città; invece di studiare me ne vado a zonzo raccontandomi che vado a conoscere gli aspetti più sfuggenti della vita vera; e nei lunghi pomeriggi d'estate nemmeno il passarli a zonzo ci ripara dalla noia.

Una parola incisiva, suggestiva e domestica - niente di meglio.

Parola pubblicata il 16 Settembre 2018

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