Anelare
a-ne-là-re (io a-nè-lo)
Significato Respirare affannosamente, ansimare, desiderare, aspirare ardentemente a qualcosa
Etimologia voce dotta recuperata dal latino anhēlāre ‘ansimare’, probabilmente derivato di halāre ‘spirare’ (anche se secondo alcune fonti sarebbe da anhēlus, e questo da una forma protoitalica ricostruita come anaslos, dalla radice indoeuropea *h₂enh₁ ‘respirare’).
Parola pubblicata il 16 Settembre 2026

Nella lingua, nelle parole, il nostro corpo umano è centrale. Siamo misura di tanta parte del nostro modo di leggere il mondo; inoltre, molti dei nostri moti e stati fisici sono colti come riflessi palesi dell'interiore velato. Ad esempio, è notevole come certi modi di respirare finiscano per rendere con espressività immediata stati mentali complessi.
Pensiamo alle articolate definizioni dell'ansia; pensiamo all'eloquenza multanime del sospirare; pensiamo al rifiatare, o al boccheggiare, o all'affannare.
L'anelare si colloca solitamente nell'alveo del desiderio. Dapprima è un ansimare, sia in latino sia in italiano (viene recuperato in prestito durante il Rinascimento). Un respirare affannosamente per fretta, per sforzo. Ma passa all'aspirare ardentemente a qualcosa — oggi in maniera quasi invariabile, l'esito figurato è completamente preponderante.
Certo anche l'aspirare non si colloca lontano. Il suo essere un 'respirare verso' orienta un fiato a un fine. Ma l'aspirare è composto, pettinato, e ha un che di... ufficiale. Anche la persona pubblica può dire davanti alla più vasta platea a che cosa aspira, e può farlo con compassata sicurezza, con lucido entusiasmo. Ma dire a che cosa anelo...
Questo lo posso fare solo in confidenza, a mezza voce, quasi confessandolo, posso farlo trapelare in filigrana, posso farlo da una posizione vinta e costretta. Non sto parlando di un respiro direzionato e intento, ma di un fiato rotto, e delle intimità di pensiero -nocciolo autentico- che il fiato rotto avvolge. Anche l'etimologia ha un che di riservato: il latino anhēlāre è 'ansimare' — forse è un derivato di halāre, 'spirare', di origine non chiara, c'è chi avanza ascendenze indoeuropee, c'è chi ripiega nel fonosimbolico.
Parliamo di persone che anelano alla libertà; parlo di come tu aneli una vita più tua; parlo di come io aneli di rivederti. (C'è una certa varietà d'uso, fra intransitivo e transitivo, e fra preposizioni che lo possono reggere.)
Non è un verbo per desideri fatui o strepitosi — a meno che non sia usato per scherzo. È un verbo delicato, affaticato, profondo. Non emette il bramito del bramare, non barbaglia come il desiderare stesso, non lotta come l'agognare: niente marce della vittoria, se parliamo di aneliti.
D'altro canto, ripartendo dal respiro e dal suo rumore, trova impieghi poetici — che ne colgono il suono anche in altre parti di natura, che sfrasca, fruscia, mormora quasi con trepidazione. Quando anela il mare, quando anelano i pioppi (troppi pioppi? amo i pioppi) ecco che di nuovo troviamo un respiro nostro nel mondo fuori. Un respiro inquieto, in cui forse ci specchiamo.