Costumato

co-stu-mà-to

Significato Di buoni costumi, beneducato, urbano; avvezzo, abituato

Etimologia propriamente participio passato di costumare, derivato da costume, che è probabilmente dal latino consuetudo ‘abitudine, usanza’, attraverso l’ipotetica forma parlata costumen.

“Scostumato! Deficïente! Quando mai!”. In seconda media, l’usuale litania esecratoria del nuovo insegnante di francese, venuto dalla Campania, mi suonava assai peregrina. Arguivo dal contesto che scostumato equivaleva a ‘maleducato’, ‘birbante’, ma mi veniva da interpretarlo come ‘senza costume’, figurandomi il compagno oggetto della reprimenda intento a praticare il naturismo sulle ridenti spiagge ogliastrine.

Il confronto col francese non faceva che aumentare la mia confusione. In Belgio mi era capitato di partecipare a delle fêtes costumées, ma sapevo che in italiano le feste non erano ‘costumate’ bensì ‘in costume’, o ‘in maschera’. Insomma: in Italia, essere scostumati si poteva, costumati no. Ma allora, scostumato era il contrario di che cosa? Dov’era l’inghippo? A quel tempo non potevo scioglierlo, ignaro com’ero delle peregrinazioni transalpine della parola costume, che naturalmente è il bandolo della matassa.

Nel Lessico della corrotta italianità di Pietro Fanfani e Costantino Arlia (1877), alla voce costume si legge: “(…) la gente che l’usa (…) ha dato un calcio al dizionario schietto e naturale, abboccando ogni e qualunque voce gallica, barbara e impropria”. Naturalmente, i Nostri non ce l’avevano con il termine in sé, attestato in italiano sin dal XIII secolo nel senso di ‘consuetudine’, ‘usanza’, ‘modo di comportarsi’, bensì con la sua accezione vestimentaria – in espressioni come festa in costume – enfatizzando con tre punti esclamativi come qualcuno avesse persino volto il francese bal costumé in ‘ballo costumato’. In realtà, ad indagare la storia di questa parola, l’anatema dei due paladini dell’italianità aveva del paradossale.

Quantunque di non immediata intuizione, consuetudine e costume sbocciano dalla stessa pianta, la consuetudo latina. Mentre la prima è chiaramente una forma dotta, costume è l’esito del passaggio attraverso il volgare d’oltralpe: da consuetudine(m) a costudine(m) e infine costume, con cambio di suffisso da -udinem a -ume, tipico del francese. È in questa forma che nel Duecento la parola è entrata in italiano a significare, così come in latino ed in francese, ‘abitudine, consuetudine, modo di comportarsi’. Costume, quindi, ha di per sé un significato neutro, tant’è che si parla di buoncostume e malcostume; nondimeno, come accade anche in parole come contegno e stile, tende ad assumere valenza positiva, sicché costumato – oltre che ‘abituato, avvezzo’ – equivale a ‘beneducato, urbano’, e scostumato, per contro, vale ‘maleducato, villano’ (anche se oggi prevale il senso di ‘licenzioso, dissoluto’). Già, ma il costume nel senso di abito? Qui arriva la Caporetto del purista.

In francese, col tempo, costume aveva subìto un’ulteriore evoluzione – coustume e infine coutume – pur conservando il significato di ‘usanza, consuetudine’, ma nel Seicento ecco riapparire anche costume. Proveniente da dove? Di ritorno dall’Italia, naturalmente: in pittura e letteratura, costume era il ‘colore’ con cui si marcavano le differenze di luogo ed epoca, o anche l’età e lo status sociale dei personaggi. Da lì passò a significare ‘modo di vestirsi conforme ad una certa condizione sociale o periodo storico’ e infine, in italiano come in francese, l’abbigliamento distintivo di un determinato luogo, tempo o contesto (persino quello balneare!), compiendo un percorso analogo a quello di abito: habitus in latino era anzitutto il modo di essere, la conformazione, l’aspetto, poi la foggia del vestito, e infine la veste stessa.

Allora, siete pronti ad andare a delle feste costumate, d’ora in poi? E tra qualche mese ad abbronzarvi in spiaggia, rigorosamente costumati? A meno che, s’intende, non siate naturisti come il mio ex compagno di classe.

Parola pubblicata il 03 Marzo 2020

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