Etimologia su modello del francese patibulaire, derivato da patibolo che è voce dotta recuperata dal latino patibulum ‘patibolo, croce, spranga’, da patère ‘essere aperto’.
È un aggettivo il cui referente è caduto in desuetudine, per fortuna — anche se ha ancora lustro nelle narrazioni vecchie e nuove. Così purgato dalla realtà prossima, ci offre qualità distillate in maniera splendida.
È patibolare ciò che è proprio del patibolo, relativo al patibolo, adatto al patibolo. Resta da inquadrare meglio che cosa sia il patibolo. Ce lo immaginiamo soprattutto come un palco su cui si compiono pubblicamente le esecuzioni; in effetti, palco o no, è comunque un tristo luogo di spettacolo. Siamo davanti a una parola della pianta del patère latino, 'essere aperto' — parente quindi del poco celebre patulo, ma anche della molto celebre patente, e forse del patio. Ma che cos'è che sta aperto nell'esecuzione di una condanna a morte? C'è chi in lessicografia annota che si tratta di un riferimento proprio all'ostentazione pubblica della cruda sorte del reo; c'è chi —forse più propriamente, riferendosi al patibulum latino — lo fa scaturire da uno strumento di supplizio: il semplice braccio orizzontale della croce, su cui altre braccia vengono aperte.
Ad ogni modo, che ci si monti sopra una forca o una ghigliottina, o che resti uno spazio virtuale, senza altra infrastruttura se non quella della mera esecuzione, che sia circondato da una folla attonita o festante, il patibolo è stato una possibilità ben presente lungo le vite di tanta gente del nostro albero genealogico. Il patibolare parte da qui, e ci propone i caratteri del patibolo o di chi (per lavoro o supplizio) ci si avvicenda. Non sono caratteri scolpiti nella pietra, enumerabili nero su bianco in un novero completo: bisogna andare un po' a naso.
C'è un po' di tetro e un po' di squallido, un po' di violento e un po' di atroce; c'è l'atmosfera generale di una scena teatrale lugubre, c'è un certo cadere, un certo penzolare, un certo rotolare; c'è un senso evidente di poco-raccomandabile. Quindi posso parlare di come, svuotata la grigia stanza per ridarle nuova vita, restino solo a ondeggiare i bulbi patibolari delle lampadine; posso parlare dell'aspetto patibolare che prende all'alba la tavola non sparecchiata la sera; posso parlare dell'aura patibolare che ha il palco su cui i bambini stanno per prodursi nella loro recita, delle vibrazioni patibolari che ci danno le persone che si avvicendano a parlare al convegno; e certamente posso parlare del nuovo nome patibolare posto al vertice, come anche delle facce patibolari che incontro al bar — probabilmente sono i miei migliori amici.
Sentiamo che il riferimento serio e greve conferisce intensità all'aggettivo, una tinta forte; eppure, il fatto che sia distante da noi non solo attutisce l'immediatezza della sua violenza, ma lo rende anche più studiato, ricercato. Insomma, 'patibolare' è diventato un aggettivo di alta caratura estetica, colorito d'iperbole e d'ironia. Non proprio una cattiva sorte, date le premesse. (Tanto più che nell'Ottocento Niccolò Tommaseo, nel suo celebre dizionario, lo registrava solo per piantarci due croci cimiteriali sopra, scrivendo a epitaffio «Francesismo iperbolico, da non ripetere».)
È un aggettivo il cui referente è caduto in desuetudine, per fortuna — anche se ha ancora lustro nelle narrazioni vecchie e nuove. Così purgato dalla realtà prossima, ci offre qualità distillate in maniera splendida.
È patibolare ciò che è proprio del patibolo, relativo al patibolo, adatto al patibolo. Resta da inquadrare meglio che cosa sia il patibolo.
Ce lo immaginiamo soprattutto come un palco su cui si compiono pubblicamente le esecuzioni; in effetti, palco o no, è comunque un tristo luogo di spettacolo. Siamo davanti a una parola della pianta del patère latino, 'essere aperto' — parente quindi del poco celebre patulo, ma anche della molto celebre patente, e forse del patio. Ma che cos'è che sta aperto nell'esecuzione di una condanna a morte?
C'è chi in lessicografia annota che si tratta di un riferimento proprio all'ostentazione pubblica della cruda sorte del reo; c'è chi —forse più propriamente, riferendosi al patibulum latino — lo fa scaturire da uno strumento di supplizio: il semplice braccio orizzontale della croce, su cui altre braccia vengono aperte.
Ad ogni modo, che ci si monti sopra una forca o una ghigliottina, o che resti uno spazio virtuale, senza altra infrastruttura se non quella della mera esecuzione, che sia circondato da una folla attonita o festante, il patibolo è stato una possibilità ben presente lungo le vite di tanta gente del nostro albero genealogico. Il patibolare parte da qui, e ci propone i caratteri del patibolo o di chi (per lavoro o supplizio) ci si avvicenda. Non sono caratteri scolpiti nella pietra, enumerabili nero su bianco in un novero completo: bisogna andare un po' a naso.
C'è un po' di tetro e un po' di squallido, un po' di violento e un po' di atroce; c'è l'atmosfera generale di una scena teatrale lugubre, c'è un certo cadere, un certo penzolare, un certo rotolare; c'è un senso evidente di poco-raccomandabile.
Quindi posso parlare di come, svuotata la grigia stanza per ridarle nuova vita, restino solo a ondeggiare i bulbi patibolari delle lampadine; posso parlare dell'aspetto patibolare che prende all'alba la tavola non sparecchiata la sera; posso parlare dell'aura patibolare che ha il palco su cui i bambini stanno per prodursi nella loro recita, delle vibrazioni patibolari che ci danno le persone che si avvicendano a parlare al convegno; e certamente posso parlare del nuovo nome patibolare posto al vertice, come anche delle facce patibolari che incontro al bar — probabilmente sono i miei migliori amici.
Sentiamo che il riferimento serio e greve conferisce intensità all'aggettivo, una tinta forte; eppure, il fatto che sia distante da noi non solo attutisce l'immediatezza della sua violenza, ma lo rende anche più studiato, ricercato. Insomma, 'patibolare' è diventato un aggettivo di alta caratura estetica, colorito d'iperbole e d'ironia. Non proprio una cattiva sorte, date le premesse.
(Tanto più che nell'Ottocento Niccolò Tommaseo, nel suo celebre dizionario, lo registrava solo per piantarci due croci cimiteriali sopra, scrivendo a epitaffio «Francesismo iperbolico, da non ripetere».)