Disfemismo

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di-sfe-mì-smo

SignFigura retorica, opposta all’eufemismo, che consiste nell’utilizzo di un termine propriamente dispregiativo con un’accezione però positiva (spesso affettuosa)

dal greco dysphemìa ‘improperio’, legato a dysphemèo ‘io parlo male, composto da dys-, prefisso che annulla il valore positivo della parola a cui è affisso, e phemì ‘io parlo’.

Immaginate una scena di questo tipo: lunedì mattina, autobus pienissimo, c’è così tanto nervosismo nell’aria che quasi ne sento l’odore. L’autista (probabilmente anche lui irritato) frena all’improvviso e, senza volerlo, colpisco il signore in piedi davanti a me poco prima che le porte si aprano per farlo scendere, senza scusarmi. Quello, visibilmente urtato, si gira, mano aperta e inclinata puntata verso di me e mi urla: “Che stronzo!”

In una situazione completamente diversa, dopo aver punzecchiato il mio amico al passaggio della persona di cui si è invaghito, lui si gira e, sorridendo, pronuncia le stesse identiche parole: “Che stronzo!”

Se per il signore dell’autobus mi sarei probabilmente alterato, per le parole del mio amico ciò non succederebbe. Perché, dal punto di vista formale non hanno forse detto la stessa cosa? Ebbene, il linguaggio è una fiaba e le parole sono incantesimi, che possono permettere anche questo: che il mio amico, il quale magari non ha idea di cosa sia un disfemismo, lo applichi alla vita di tutti i giorni usando una parola connotata negativamente come ‘stronzo’ con un’accezione positiva.

Il signore dell’autobus, invece, il disfemismo, anche conoscendolo, in quel momento non lo voleva applicare. Ed è senza dubbio un maleducato (e un po’ anche io, se non ho prontamente chiesto scusa).

Qualora vi servisse un esempio ‘dotto’ per poter associare una cosa tanto comune a una parola tanto specifica, basti citare il primo verso delle Vespe di Aristofane: in esso un personaggio, Sosia, si rivolge a un altro personaggio, Santia, suo compagno al servizio del padrone, chiamandolo amichevolmente kakodàimon (‘dal cattivo genio’), pur non volendo, ovviamente, aggredirlo verbalmente.

Disfemismo è il ‘birbante’ con cui la mamma chiama il bambino, il ‘vecchio’ con cui il figlio chiama il padre. Ciò che trasforma la volgarità o la malafede in disfemismo, dunque, è l’intenzione del parlante, che, se positiva, rende positivo anche ciò che in altri contesti non lo sarebbe.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 16 Giugno 2017

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