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Disviticchiare

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dis-vi-tic-chià-re (io dis-vi-tìc-chio)

SignDistricare, sciogliere; distinguere

derivato di viticchio, col prefisso negativo dis-.

Questa parola di gusto rétro è forte di un'immagine davvero incisiva.

'Viticchio' è il nome popolare di alcune piante volubili. Quelle che cambiano umore facilmente? Ebbene, no. Si dicono volubili quelle piante che, non potendo reggere il proprio stesso peso, cercano appigli estendendo gli apici dei propri fusti con movimenti di circumnutazione. In altre parole, fanno roteare le parti nuove del fusto finché non si allacciano a un sostegno. Il termine 'viticchio' è un'alterazione di 'vite', la regina delle piante volubili.

Così come avviticchiare significa 'avvinghiare' (al modo dei viticchi), 'disviticchiare' significa districare, sciogliere qualcosa che si è stretto come un viticchio. Non solo è un'immagine rustica, ma comunica un'azione pratica e intenta: finite le feste si devono disviticchiare gli addobbi, e alla fine ci tocca disviticchiare la massa di cavi avvolti sotto la televisione. Ovviamente sono possibili e anzi commendevoli usi figurati, che lo avvicinano al 'distinguere': durante la negoziazione è importante disviticchiare le ragioni delle pretese delle parti; il filologo disviticchia le aggiunte posteriori dalle parti originali del testo; e per muovere una critica efficace è importante disviticchiare i nodi di affermazioni complesse.

Non la più comune delle parole, ma che smalto.

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(Dante, Purgatorio X, vv. 118-123)


Ed elli a me: «La grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.


Ma guarda fiso là, e disviticchia

col viso quel che vien sotto a quei sassi»


Siamo nella cornice della superbia, il primo e più grave peccato (Lucifero stesso è “caduto” per superbia).

Le anime, spiega Virgilio, sono seminascoste dagli enormi «sassi» che stanno trasportando: perciò gli occhi fanno fatica («ebber tencione») a individuarli. Dante dovrà quindi sforzarsi di distinguere («disviticchiare») gli uomini dalle pietre.

Il contrappasso è chiaro: i superbi vollero la fama, ed ora sono riconosciuti a fatica. Ma c’è di più: essi si confondono con i sassi, come il viticchio (il tralcio) attorcigliato intorno alla vite. La stessa rima in–icchia ha un suono aspro, «petroso». Perché tanta insistenza sul tema della pietra?

Anzitutto i massi possono simboleggiare l’ingombro dell’Ego. I superbi, in fondo, sono puniti già in vita, perché sono costretti a sopportare la propria compagnia. Inoltre la pietra rappresenta la durezza di cuore, che ripiega l’uomo su se stesso nascondendogli l’orizzonte.

Infine Dante afferma implicitamente che la superbia è un peccato difficilissimo da sconfiggere, appunto perché è così «avviticchiato» all’anima. Può nascondersi nel pensiero più innocente e persino, paradossalmente, nell’umiltà. Perciò occorre aguzzare la vista, per «disviticchiarlo».

Secondo Dante, infatti, dobbiamo riconoscere di essere «vermi» per poter diventare «divine farfalle». Cioè, solo se abbiamo una visione vera di noi stessi possiamo realizzarci in tutto il nostro potenziale. E solo se la superbia non ci schiaccia a terra possiamo muoverci con leggerezza nella vita (in greco, del resto, psyché significa sia anima sia farfalla).

Ma come dobbiamo muoverci, precisamente? La risposta sta nei tre esempi di virtù che Dante ha descritto all’inizio del canto. Possiamo, come Traiano, spostare la nostra attenzione sugli altri, e in particolare sui sofferenti. Possiamo accettare la nostra vita con la gioiosa consapevolezza della Vergine. O possiamo rallegrarci per il bene che vediamo, e ridere bonariamente di noi stessi (come il re Davide). In fondo, quale antidoto è più efficace dell’umorismo?

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 13 Febbraio 2017

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