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Maragià

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ma-ra-già

SignTitolo di sovrani dell’India

dal sanscrito महाराज, mahārāja, ‘gran re’.

Come cerco di dimostrare con queste parole, una delle bellezze dell’apprendimento di una nuova lingua è rendersi conto, ogni tanto, della vicinanza che a volte si può riconoscere tra la lingua che già si conosce e quella che si cerca di imparare. Alle medie ho scoperto il francese, e mi son reso conto di dove fosse oriundo il famoso fil rouge che sentivo nominare spesso in televisione; durante il liceo ho conosciuto la lingua di cui mi sono poi follemente innamorato, il latino, e tutti quei modi di dire che mio padre diceva nella lingua dell’antica Roma cominciarono ad assumere un senso anche alla nostra tavola del pranzo in Sardegna; poi, all’università, ho avuto il piacere di presentarmi a una nuova cultura e una nuova lingua, e una delle prime cose che mi hanno fatto sorridere a lezione è stata la parola महाराज (mahārāja).

Innanzitutto, chi era questo maragià? Analizzando la parola, pare quasi banale: il maragià era il gran re. Il termine è composto dall’aggettivo महत् (mahat, ‘grande’, cugino del latino magnus) e dal sostantivo राजन् (rājan, ‘re’). Quindi, semplicemente, maragià è il termine che in origine designava i sovrani di grandi regioni. Col passare del tempo, cominciarono a fregiarsi di questo titolo anche coloro il cui controllo si estendeva su territori più piccoli, fino ad arrivare ai signori del periodo medievale.

Ovviamente, come capita spesso, il potere divino e quello terreno si mescolano: quindi, se il signore è il proprietario terriero del Medioevo, ma anche il Cristo, e se Giove è deus, ma lo è anche il grande Ottaviano Augusto, allo stesso modo il maragià, come si è detto, è il gran re, ma anche, molto spesso, la divinità.

Non si parla, però, di maragià, solo nei libri di storia e di indologia. C’è una particolare accezione, nel linguaggio comune, che lega questa figura allo sfarzo e alla grandiosità. Sembra essere una costante: i titoli di funzionari asiatici sono quasi sempre associati alla ricchezza e alla sua ostentazione. Come uno può avere una villa da pascià e condurre una vita da nababbo, quindi, può pure essere un maragià (oppure, spesso, marajà, con la j alla francese): ricco, agiato e, come mi sembra di percepire nell’uso del termine, anche un po’ ozioso nel proprio benestare.

Proprio maragià è ciò che diventa, infine, tale Pasqualino, pescatore di Sorrento. Conosciuta una bella indiana di nome Kalì, andò a fare la bella vita in india. Non lo conoscete? Allora chiamiamo in causa Domenico Modugno, che cantava: “Pasqualino maragià, a cavallo all’elefante, con in testa un gran turbante, per la giungla se ne va”.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 17 Maggio 2019

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