Odissea

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o-dis-sè-a

SignSerie di peripezie avventurose e perlopiù disgraziate

dal greco Odỳsseia, narrazione delle vicende di Odysséus, cioè Ulisse.

La più classica delle antonomasie, ma non si deve lasciare che una meraviglia classica cessi di essere meravigliosa.

La narrazione del viaggio di Ulisse è antichissima: quando il tiranno ateniese Pisistrato decise di far trascrivere i poemi omerici, nel VI secolo a.C., viveva nella tradizione orale già da diverse centinaia di anni. Si trattava di una sorta di sequel dell'Iliade - che, ricordiamo, non si conclude con la conquista di Troia, ma coi funerali di Ettore - incentrata sulle peregrinazioni di Ulisse nel suo ritorno a Itaca. Ci si potrebbe immaginare che l'antonomasia dell'Odissea quale lungo susseguirsi di vicissitudini avventurose e spesso infauste sia parimenti antica. Dopotutto si tratta di un racconto che anche nella latinità ha avuto un grande successo (pensiamo allo spin-off dell'Eneide di Virgilio). Invece fu solo col neoclassicismo, fra il XVIII e il XIX secolo, che il nome di questo grande racconto divenne l'antonomasia che conosciamo oggi: fu un periodo di grande riscoperta di questi classici, che vennero tradotti e diffusi in italiano in versioni celeberrime; per l'Odissea, fu la traduzione di Ippolito Pindemonte, del 1805. Un periodo determinante nella formazione della lingua italiana.

Può allora essere un'odissea la presentazione dell'ISEE, l'amico che arriva a casa nostra trafelato ci racconta la sua odissea nella viabilità conturbata dai cantieri, e il viaggio ricco di imprevisti può trasformarsi in una vera odissea. Si tratta di un'antonomasia importante, che nobilita molto il discorso in cui è inserita, per quanto quotidiano: richiama uno dei miti fondanti della letteratura occidentale, ed è un bel modo di tenere in bocca un oggetto di cultura che da migliaia di anni rimbalza fra le sponde del Mediterraneo e al di là delle Colonne d'Ercole.

Parola pubblicata il 21 Novembre 2015

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