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Paronomasia

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pa-ro-no-mà-sia

SignFigura retorica che consiste nell’accostamento di parole che abbiano una qualche somiglianza fonica, ma siano differenti nel significato

dal latino tardo paronomàsia, a sua volta dal greco paronomasía, ‘gioco di parole che suonano allo stesso modo’, composto di pará ‘vicino a’ e ónoma ‘nome’

Mi capita, quando leggo o studio qualcosa che non sia strettamente legato alle mie materie, di beccare quel parolone che incute, a me incauto lettore, timore e confusione; ecco perché oggi ho deciso di iniziare dicendo che la paronomasia è chiamata anche bisticcio: una parola semplice, che tutti abbiamo sentito e usato almeno una volta, e che ben rende l’idea di queste due parole, vicine l’una all’altra, che simili tra loro cozzano e… bisticciano. Ovviamente la parola “bisticcio” ha altri significati, e questa è solo la mnemotecnica che uso io per ricordarmi che la paronomasia è, appunto, un bisticcio di parole.

Un primo appunto da fare prima di citare qualche esempio è la distinzione che si è soliti fare tra la paronomasia apofonica e quella isofonica: la prima, infatti, si basa sull’alternanza vocalica nella radice della parola; la seconda sull’uguaglianza della vocale su cui cade l’accento delle due parole.

La radice di una parola, nell’Italiano, è quella parte della parole che non è soggetta a variazioni. Detto ciò, un ottimo esempio di paronomasia apofonica è tratto dal primo canto dell’Inferno dantesco: «e non mi si partía d’innanzi al vólto, / anzi impediva tanto il mio cammino, / ch’i’ fui per ritornar piú volte vòlto». Dante è alle prese con la lonza, una delle tre fiere che incontra nella selva, e ci dice che essa non si allontanava dal suo sguardo, anzi: era un ostacolo così grande che Dante ha pensato diverse volte di interrompere il cammino e tornare indietro. La paronomasia è in vólto/volte/vòlto: il primo è il singolare del sostantivo “volto”, quindi c’è il plurale del sostantivo “volta” e infine il participio passato del verbo “volgere”; la radice è sempre “volt-”, ma etimologicamente diversa in tutti e tre i casi. I più attenti, poi, hanno forse pensato al fatto che, tra il primo e l’ultimo verso della terzina, c’è un’epifora (e cioè la ripetizione di parole o gruppi di parole alla fine dei versi).

Sempre in Dante, ma stavolta nel ventisettesimo canto del Purgatorio, troviamo invece un esempio di paronomasia isofonica: «e' disse: “Il temporal foco e l’etterno / veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte / dov’io per me più oltre non discerno». Stiamo assistendo alla separazione tra Dante e Virgilio, e quest’ultimo, nelle sue ultime parole rivolte al pellegrino, inserisce la paronomasia veduto/venuto (non vi è mutamento vocalico nella radice in questo caso, ma consonantico, e la vocale su cui cade l’accento è la stessa).

Di paronomasia è pieno anche il linguaggio quotidiano (e non deve stupire, perché come abbiamo spesso visto le ripetizioni e somiglianze son terreno fertile per le frasi fatte): cade dalle stelle alle stalle, colui la cui situazione peggiora rovinosamente all’improvviso, e volente o nolente gli tocca rimboccarsi le maniche, fare una scelta svelta e darsi da fare, se non vuole fare la fame!

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 15 Giugno 2018

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