Cacume

ca-cù-me

Vetta, cima

dal latino cacumen 'cima, sommità, colmo'.

No: il cacume non è ciò che si trova sul pavimento sotto al travetto trafficato di colombi. Parliamo di qualcosa di alto, letteralmente.

Il cacume è un latinismo dell'italiano della prima ora, e alcuni studiosi avanzano che nello stesso cacumen latino si possa vedere un'ipotetica radice indoeuropea, ak, che indica proprio la cima (che si vedrebbe anche in 'acuto', per dire). Curioso come la trasmissione di certe suggestioni antiche sia sollecita.

Comunque, a parte quando si vuol tirare in ballo il Monte Cacume (o più tecnicamente Caccume), nome proprio di un magnifico, aspro rilievo dell'Antiappennino laziale, non è una parola che usiamo spesso. Ma non mancano occasioni per usarla - i suoi sinonimi sono davvero comuni. Non è stretto e distante come la vetta, non spunta vivo e amichevole come la cima, non serio e grave come la sommità, non rotto come il picco, didascalico come l'apice, né popolare come il cucuzzolo. C'è una certa asprezza vivace, nel cacume (una 'c' dura dopo l'altra), e una certa severità, forte di un respiro che prende tempo con una 'u' lunghissima.

Il cacume vertiginoso di una cupola, di un grattacielo, di una torre, il cacume svettante di un abete, quello ondeggiante del cipresso, il monastero che si erge sul cacume del monte, il panino mangiato in silenzio quando si giunge al cacume impervio che domina la valle. Non è una parola che si usa tutti i giorni; ma quello del cacume è un pensiero ampio, che chiede spazio, ed è normale che non trovi posto sempre. Non si beve barolo a ogni pasto.

Parola pubblicata il 26 Agosto 2018

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