Gongolare

gon-go-là-re (io gón-go-lo)

Essere compiaciuto, visibilmente soddisfatto per un bene ottenuto, che in specie lusinga la vanità o mette altri in difficoltà

probabilmente di origine onomatopeica.

Quante sono le leggende di lame incantate che non perdono mai il filo. Fantasie, ma invece il fenomeno analogo che talvolta investe le parole è reale.

Chi frequenti le opere di Boccaccio non si stupirà, ma il verbo 'gongolare' è antico quanto l'italiano, e fin dal suo principio ha avuto l'esatto, sottile significato con cui lo usiamo oggi - filo di lama inalterato. Il che è sorprendente, visto che con tutta probabilità si tratta di una parola di origine espressiva, onomatopeica, i cui significati non sono arginati da una sequenza etimologica, e anche questa convergenza così precisa del suono sul significato ha un che di magico.

Andando per aggiunte successive, iniziamo dicendo che il gongolare è un essere soddisfatto, compiaciuto. Questo compiacimento è intimo, scaturisce dal profondo, ed emerge in maniera visibile. Emerge in maniera visibile ma spesso dissimulata, come un sentimento mal trattenuto, di cui a stento si può controllare la manifestazione. Può nascere pianamente per un bene ottenuto, per un vantaggio acquistato, per una fortuna avuta o un piacere goduto, o per la loro prospettiva imminente; ma spesso ha ulteriori strati, ulteriori falde di doppiezza: infatti il gongolare può essere solleticato da una mera lusinga alla propria vanità, e anche (meschino) da un male che mette in difficoltà altri - dal fastidio al danno vero. Gongolo vedendo arrivare l'entrée e quando alla fine posso dire «Te l'avevo detto!», l'amica gongola quando vince un concorso importante, basta un complimento e subito il collega gongola, il concorrente arido gongola quando altri falliscono dove ha fallito lui.

E torniamoci un attimo: questi significati sono affilati, precisi, il fatto che otto secoli di uso non li abbiano usurati, smussati, alterati, deviati, è segno che ai parlanti è proprio piaciuto, questo verbo, lo hanno abitato e conservato con cura. Il bello è che non è mai stato percepito come un termine alto: questa conservazione, pur con appoggi eminenti, è spontanea e popolare. Certo non si può conservare ogni cosa uguale a sé stessa, ma ecco, qui è bello che ciò che viene conservato non sia stipato in soffitta a fare la muffa, ma sia uno strumento quotidiano che usiamo come i nostri bisarcavoli.

Parola pubblicata il 22 Gennaio 2019

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