Parergo

pa-rèr-go

Aggiunta accessoria fatta a un'opera letteraria o figurativa, appendice, digressione, abbellimento

dal latino párergon, dal greco párergon 'accessorio', composto di para- 'presso, accanto' ed érgon 'opera'.

Una parola dotta come poche altre, e di ricercatezza squisita: probabilmente non la useremo andando a comprare i bignè per il pranzo - o forse dovremmo?

Ha una forza straordinaria data dalla sua semplicità di significato: mentre l'appendice penzola moscia, l'aggiunta annaspa nella vaghezza e l'accessorio ha una versatilità da coltellino svizzero, il parergo ci disegna con due tratti netti qualcosa che viene posto accanto a un'opera principale. L'obiettivo solito del parergo è di abbellimento - infatti si dicono parerghi le decorazioni puramente ornamentali di opere figurative o architettoniche. Così i parerghi di stucco non riscattano l'edificio orripilante, la base della statua è impreziosita con un parergo floreale finemente scolpito, e certi personaggi inseriti nel quadro sono un mero parergo, forse un esercizio di bravura.

L'abbellimento è spesso uno scopo nobile, ma lanche nell'ipotesi in cui questo scopo ci sia, non ci stupisce che il parergo non si scrolli di dosso un certo connotato di inutilità; così quando ci descrive un'aggiunta accessoria, è volentieri da leggere come un'aggiunta superflua, vuota. Ti consiglio di saltare la prefazione perché è un parergo pretenzioso che non dice niente di interessante, il saggio si perde in parerghi vani, e nelle fessure del discorso che ci fa il superiore, fra parergo e parergo tutti ipocrisia e ornamenti, si intravede la vera intenzione.

E se siamo in pasticceria, non sono parerghi i vertiginosi riccioli di cioccolata che ornano le mousse al lampone?

Parola pubblicata il 03 Marzo 2019

Commenti